sabato 1 agosto 2009

EDUCARSI AL SILENZIO


Nella poesia di Camillo Sbarbaro intitolata "Taci anima stanca di godere" tratta dalla raccolta "Pianissimo" del 1914, il discorso si colloca direttamente su un piano esistenzale, a segnare la condizione di chi incontri il confine della propria volontà, come limite di quello stesso Io che nel suo confinarsi annulli sé nel medesimo oggetto che doni luogo alla sua soggettività.
L'anima (con cui il poeta dialoga) è stanca, e lo è sia della gioia che della sofferenza, poiché entrambe gli si presentano dinnanzi al volto esattamente con lo stesso abito, offrendogli lo stesso effetto, che si manifesta solo più come remoto.
Sbarbaro è uno Spiritus Lenis incapace di compiere scelte, proprio perché consapevole di quanto ciò sia in sé un atto impossibile, e forse inseguito inadeguatamente proprio perché dietro quella "nolontà" si nasconda la ricerca disperata di una speranza in un nuovo barbaglio di vita ( occasione, per dirla con Montale).
Ma credo, in realtà, che ogni genere di emozione la quale sia pensabile poeticamente, venga coscientemente annullata dal poeta stesso, dirottato ormai in un sentiero dove non si scorga alcuna meta da raggiungere, ma solo più una camminata compiuta nell'avanzo del suo cammino ridotto ad essenza più propriamente compiuta.
Fra il poeta e la sua anima, dove l'uno è il consolatore e l'altra che ancora cerca di mettere luce in quella zona che in egli, invece, deve scomparire, il conflitto viene vissuto e si dichiara come un'autentica aporia. Il poeta vuole cancellare ogni forma di ricordo, ogni forma di senso, di sentimento, così come ogni legame con il passato che ormai non assume più alcun ruolo, né giustifica più alcuna sua azione.
E ogni oggetto ritorna ad essere puramente ciò che è, senza che sia possibile leggerne simbologie fra le superfici. Il poeta dichiara la fine di ogni simbolo, di ogni storicità, e ogni incantamento. Le sirene hanno perso la voce, e non è più possibile lasciarsi ingannare, avere motivo di odiare o amare la vita, proprio perché questa si mostra ai nostri occhi con il suo vero volto, in questo caso di Gorgone.
Insomma non c'è più quella separatezza che incontravamo fra amante e amato, nella poesia romantica, ma insieme ora si fondono nella verità dell'ineluttabilmente certo, da ora a ieri a domani, in quell'unica esigenza di dire un'ultima parola, ahimè indicibile se non sfuggita.
Nell'ultimo verso, sembra infatti scappare dalla penna del poeta l'ombra di un contenuto di volontà.
Quello che ritrova, e di cui egli stesso fa parte, è il deserto dove ogni spasimo e ogni gioia appaiono come miraggi e dove si hanno come uniche oasi le false certezze, o i cari inganni.
Il deserto che continua a riposare sulla nostra attualità, e che muove a bruciare, quanto più sia possibile, ogni manifestazione di soggettività, la rende tale proprio perché questa è stata, nel nostro immaginario cronologico (storico e culturale), vissuta completamente, risolta, come un romanzo che ora si chiude.
Anche se ahimè in noi restano il tempo e lo spazio, ci resta ancora il nostro respiro, la nostra anima, che ancora e sempre vorrebbe sussurrare qualcosa, e che siamo tenuti a fare tacere perché anch'essa si adegui a quella pace agghiacciante e mistica in cui siamo costretti ad agire.
Il poeta, dicevamo, è pervaso dalla volontà di ri-cercare (e ricreare) l'essere. Guardando con asciutti occhi se stesso, e non guardando più al nulla delle cose, non poggia lo sguardo in maniera totalmente rassegnata e al procedere quasi funereo delle cose, ma piuttosto lo riporta verso se stesso dove non incontra che una tenebra che lo costringe a immaginare.
Come scriveva Flaiano, dando voce a un personaggio felliniano:
"non bisognerebbe chiedere che quest'atto di lealtà: educarsi al silenzio."


Taci, anima stanca di godere
e di soffrire (all'uno e all'altro vai rassegnata).
Nessuna voce tua odo se ascolto:
non di rimpianto per la miserabile
giovinezza, non d'ira o di speranza,
e neppure di tedio.
Giaci come il corpo, ammutolita, tutta piena
d'una rassegnazione disperata.
Non ci stupiremmo,
non è vero, mia anima, se il cuore
si fermasse, sospeso se ci fosse il fiato...
Invece camminiamo, camminiamo
io e te come sonnambuli.
E gli alberi son alberi, le case sono case, le donne
che passano son donne, e tutto è quello
che è, soltanto quel che è.
La vicenda di gioia e di dolore non si tocca.
Perduto ha la voce la sirena del mondo,
e il mondo è un grande deserto.
Nel deserto io guardo con asciutti occhi me stesso.

martedì 28 luglio 2009

QUANDO TUTTO SI MOSTRA NUDO


La critica postmoderna afferma che tutto sia nientemeno che "estetizzato", e qui bisogna precisare che non si intende che lo sia diventato, bensì che lo sia sempre stato. La logica del progresso (o meglio, della sua narrazione) ha portato all'omologazione di ogni individualità in un'unica entità: un nuovo ente perfettissimo, dotato di puro complimento ontologico, privo di alcuna storicità, quel simulacro miticamente profetizzato da Jean Baudrillard in "lo scambio simbolico e la morte". La quidditas di questo ente è da rilevarsi nientemeno che nel confine che riscontriamo fra il suo "essere" e il vuoto, ovvero nel mondo, inteso per dirla ad esempio con Wittgenstein, come tutto ciò che accade.
Il tutto si è "onticizzato", e non ha più importanza quali siano i contenuti del suo discorso, ma solo più quali e come siano fatte le sue superfici.
Siamo giunti finalmente a quell'ambito traguardo del non sense, inseguito tanto dai logici di ogni tempo, e l' egemonizzante tecnica, divenuta totalizzante, costringe colui che necessiti di liberarsi da questa trappola di specchi, a prendere coscienza della più tragica delle solitudini, riguardante da vicino colui che è stato gettato in mezzo alla palude accompagnato da poche saggezze, magari raffazzonate, alla ricerca di una voce che si distingua dalle grida.
La civiltà narcotizzata ha dimenticato la misura di ogni "sogno di autenticità", divorato dalle chimere che noi seguiamo ancora con i nostri sguardi trasognanti. Siamo noi i cittadini della Nuova Bisanzio, seguiamo un numero infinito di traiettorie accostandoci in maniera asintotica al punto meridiano, l'abissale occhio che giudica nientemeno che la qualità, nell'indeterminata e costante evoluzione materiale.
L'assioma è crudele, e dice che nulla, oramai, possiede il merito di attenzioni davvero serie; ogni filosofo, come ogni artista, sono diventati parte di un grande spettacolo in cui tutto si presenta nudo di fronte agli occhi di tutti, e non è più immaginabile elevarsi, tocca piuttosto "pensare" di districarsi.
Considerare che l'essere è così perché è così. Diventare noi, oggetti divini.

Sara vero?

Luca Atzori

giovedì 23 luglio 2009

PORNOGRAFIA E SESSO, FETISH E MODA, VERITA' E AMORE.


" Dell'erotismo si può dire, innanzitutto, che esso è l'approvazione della vita fin dentro la morte." G.Bataille


Il porno e il fetish appartengono, rispettivamente, a due sfere distinte, le quali si oppongono quasi completamente l'una dall'altra, ma che tuttavia spesso risultano essere addirittura confondibili.
Il porno non è nient'altro che la rappresentazione delle verità concernenti il Sesso, mentre invece il Fetish mette in mostra soltanto una devozione totale per ciò che riguarda l'ambito della Moda, che con il sesso, come è facile intuire, non ha proprio niente a che vedere. Eppure siamo abituati sempre più a includervi il mondo del glamour, così come quello dello spettacolo, presentandoli come sfaccettature rappresentative della sessualità, includendo in essa concetti come quelli di Seduzione, Strategia, Inganno, Bellezza, Eleganza etc etc
Ma con il sesso, e con esso (seppure in sede separata) l' amore, non si rappresenta assolutamente l'insieme che comprenda questi elementi. Siamo abituati, spesso, a considerare come necessario il rituale di incantamento, contraddistinto in occhiatine, parole dolci, contraddizioni, atteggiamenti e varie galanterie di ogni sorta. Perché avviene questo? Forse perché abbiamo bisogno di riportare e tradurre su un piano "sociale" quello che è il nostro desiderio sessuale, così da ufficializzarlo in piccoli gesti e parole che ci permettano di renderci amabili agli occhi della persona desiderata. Ma questo processo a che cosa porta? porterà ad innamorarsi dell'altro? oppure porterà ad un più misero incantamento rivolto a quell'immagine apparente mostrata (avente sede nella zona spettacolarizzata dell'immaginario "pre-imposto")? E questo riguarda, certamente, non solo i rapporti a breve termine, ma soprattutto i lunghi anni di matrimonio trascorsi spesso con un compagno o una compagna che ci rendiamo conto esserci stati sempre e totalmente sconosciuti.

Il primo è il caso dell'apparenza e il secondo quello dell'autenticità.
Nel primo caso vediamo rientrarvi tutti quei fenomeni di attrazione rivolti a uno stile, un modus vivendi, o un particolare nell'altra persona (che può essere addirittura il mestiere che questi svolge, come spesso avviene). Nell'altro caso invece è da considerarsi come la più totale devozione verso l'altro. La più totale consacrazione reciproca di due esistenze, inclusi i lati peggiori di entrambi. Cioè la più totale Verità del desiderio.
Perché una simile verità possa esprimersi, c'è bisogno che essa però venga espressamente pronunciata; venga, in sostanza, resa manifesta innanzitutto verbalmente. Nel caso della Pornografia cinematografica (quella più comunemente frequentata) abbiamo la visione di immagini raffiguranti corpi nudi, organi genitali e varie penetrazioni. Nel caso del Fetish, invece, si ha un caso di devozione sovrasensuale indirizzata non più verso la persona, intesa carnalmente e quindi comprendente gli odori, la pelle etc, ma verso un'immagine sublimata che vede l' utilizzo di un oggetto usato al fine di veicolo, e che ci riporta primariamente l'importanza di quel modo in cui ci appare la donna, o l'uomo, e non tanto del modo in cui essa è. Quella che provoca in noi eccitazione, diventa, dunque, la totale devozione che mostriamo di avere verso la Moda, intesa come un terreno neutro, privo di identità, impersonale, il quale sovrasta la nostra stessa Vita fornendo invece una totale priorità alla Merce in sé, e alla sua simbolizzazione. Questa è chiaramente la forma più degenerata di ipocrisia borghese, in cui siamo educati a chiudere gli occhi davanti alla nostra verità più animale e dove ci è concesso di aprirli per bene verso quella sfera, per l'appunto sovrasensuale, propria dell'apparenza. Facendo questo, viene ad accadere una totale disidentificazione con noi stessi. Quello che noi riconosciamo come il nostro volto è quello che ci viene propinato dalle mode, e i gesti che assumiamo sono sempre circoscritti entro un campo determinato di possibilità le quali rispettano un ferreo rigore rituale, una liturgia sociale, imprescindibile in certi casi.
Così avviene che non siamo più capaci di esprimere i nostri desideri. Avviene che ci nascondiamo dietro frasi che portano appresso il servile rispetto per quell'identità che siamo costretti a mostrare socialmente, per essere ritenuti il più possibile accettabili dagli altri. Avviene, in sostanza, che diventiamo vittime di una feroce mistica feticistica in cui il soggetto viene totalmente eclissato e in cui viene messo in primo piano il ruolo dell'oggetto inteso nel suo senso più generale. Si diventa servi di quegli atteggiamenti e quelle abitudini senza le quali non potremmo essere socialmente utili. Ci si abitua a innamorarsi di questi gesti, di queste scarpe, queste gonne, questo sorriso, questa battuta etc.
Tutto ciò non fa però che soffocare in maniera disastrosa la nostra stessa vita. Avviene, in sostanza, che l'inganno sembra essere diventato addirittura necessario.
Guy Debord scriveva nel suo "La società dello spettacolo": tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una sola rappresentazione. Tutto ciò crea quindi un profondo sradicamento dell'uomo da se stesso. Un inesorabile allontanamento dell'uomo dai bisogni della vita, trasferitasi nel bisogno di denaro. Lo stesso Debord userà come citazione una frase di Hegel a proposito del denaro inteso come la vita di ciò che è morto, moventesi in se stessa.

Il Porno ha forse oggi qualcosa da mostrarci? nella teoria dovrebbe provocare in noi un'emozione autentica, proprio perché dotata di una singolarità e non contenente in sé i riflessi di meta-letture legati a ricordi personali (di chi?) o storico-culturale. Nella pratica si ritrova anch'esso incastrato nelle dinamiche della società dello spettacolo.
Il Fetish può essere invece considerato come la più totale degenerazione del sovrasensualismo, educante alla devozione sentimentale rivolta verso una forma trasfigurata e subimata di oggetto di desiderio, avente la sua sede nella moda e non in una precisa essenza umana verso la quale ci si abbandoni.
E infine possiamo considerare la sfera sentimentale come un miracolo che si renda possibile solo nel più totale svelamento del vero, e che quindi necessiti di una più completa nudità piuttosto che di una serie di menzogne che servano da nutrimento per un ente morto avente vita meccanica, così come richiesto dalle Istituzioni Statali.
Insomma finalmente intenderemmo l'Amore come la forma più completa di Oscenità, cioè di quella zona tanto spaventosa, proprio perché da troppo tempo siamo stati abituati a considerare il Vero come il male peggiore da combattere.

Luca Atzori

venerdì 26 giugno 2009

APOLOGIA DEGLI SBANDATI

Nel suo saggio Teoria del partigiano, Carl Schmitt traccia una netta distinzione fra la figura del combattente regolare e quello irregolare, dove la prima intende significare i soldati vestiti con l’uniforme, sottostanti a regole impartite dai superiori responsabili, giustificati insomma dallo Stato e l’ordine costituito, mentre la figura del partigiano è definita invece come irregolare, proprio in quanto non porta addosso alcuna uniforme o segno distintivo, ma è piuttosto mossa da un’ ideologia politica di cui sente di far parte, e che è anzi primaria sostanza del suo partito (da cui riscontriamo l’origine etimologica del termine, appunto, di partigiano, partisan). Ma la caratteristica più importante che ritroviamo nell’analisi condotta da Schmitt, è proprio quella fatta a proposito del Carattere Tellurico, cioè del ruolo che il combattente ha di difendere il proprio territorio invaso, la propria terra, il proprio nomos.
Qui potremmo riconnetterci con quel concetto di politico (caro a Schmitt) che si articola nella distinzione di amico e nemico.
Il partigiano dovrebbe essere colui il quale si difenda da un invasore, e dunque da un nemico (reale). Questa inimicizia, però, sostiene lo studioso, è diventata per alcuni (Lenin, Mao etc) assoluta, cioè contraddistinta da una demonizzazione intrinseca delle diverse figure che si pongono apriori in conflitto con gli elementi dell’ideologia di cui il combattente si fa portavoce. Esito ne è che l’irregolarità del partigiano diventa costretta a regolarizzarsi, cioè a usare l’uniforme, e dunque ad assumere non più il solo ruolo di difesa, ma anche (e in particolare) quella di attacco, proprio in quanto il nemico assoluto va combattuto a prescindere dal fatto che esso invada o meno il territorio. Facendo questo, però, non ci si accorge di essere approdati fra i tentacoli di quel famigerato Leviatano, che prima di ogni altra cosa desidera che le sue prede restino immobilizzate, donando loro l’illusione del dono d’ una sorta di quiete permanente. L’esito è che se ne resta incantati.
Il Leviatano è lo Stato posto al di sopra di ogni libertà.
Esso è un regolatore automatico.
Ogni qual volta la lotta partigiana incontri la quiete, essa si china di fronte al compromesso, incontrando quegli abiti che si è costretti ad indossare per rendere legittima la propria guerra. E ogni guerra è legittima solo in quanto assecondi i rapporti di forza che sussistono fra i vari Stati e le nazioni, dove proprio quella dimensione della terra, o anche del “bosco”, Wildnis per dirla con Junger, sono totalmente occultate. Da ciò ne segue che anche il ribelle e il partigiano vedono stringere sempre più il proprio campo d’azione, le proprie possibilità, proprio perché quell’ideologia che muoveva la loro lotta, è stata minimizzata in un sentimento più primordiale e non abbisognante di giustificazione alcuna: la rabbia.
Sede della lotta, è dunque oggi l’atto il quale non abbia da essere spiegato. Proprio perché il campo che più d’ogni altro vediamo essere invaso, è quello della vita, unico territorio che ci si ritrovi ad essere legittimati a difendere.
Non vi sono più occhi che possano tacciarci di qualsivoglia infamia, o controllare le nostre azioni, poichè noi siamo finalmente s-velati sulla nostra zattera, mentre ci imbattiamo nella tempesta, morsi dalla peste, deliranti di quel sentimento caritatevole, che purtuttavia rimane crudo.
Oggi bisogna solo più addestrarsi a lottare incessantemente, senza desiderare di sostiuirsi ad alcun governo. La lotta partigiana italiana, divenuta un semplice simbolo (causa repubblica democristiana), necessita di continuare a svolgersi, severamente, accettando un unico possibile approdo, cioè la morte, proprio in quanto l’unico territorio che essa difenda è la vita stessa, che è come un riflesso del partigiano stesso: mobile, irregolare, svestita, e soprattutto necessariamente sbandata.

Luca Atzori

sabato 13 giugno 2009

FENOMENOLOGIA DEL SODOMITA


La sodomia è in sé una forma di negazione della stessa sfera sessuale intesa nel senso più naturale del termine. Essa può essere pensata come una forma di tensione “(anti) erotica” totalmente mirata ad un’esaltazione culturale.

La sodomia (etero e omo) va intesa come la più totale negazione dell’erotismo stesso.

Una seria distinzione deve essere fatta fra la sfera del sesso che, seppure non indirizzato alla procreazione, resti mossa da un desiderio e una pulsione naturali, e quella che invece è una sfera meramente Culturale, dove anche l’erotismo viene meno e ci si trovi su un altro piano: quello della Neutralità oscena.

Ora giustamente mi si dirà, il gay, o comunque il sodomita, non son certo “uomini di cultura”, in virtù delle loro preferenze sessuali. Questo è chiaro, ma quando intendiamo tali elementi, piuttosto li consideriamo nel loro senso più generale, quasi ne facessimo una fenomenologia.

Il culo è sempre stato l’oggetto delle considerazioni del libertinismo, più degli organi genitali e tanto meno di tutte le “situazioni” erotiche di derivazione prettamente femminile. L’interesse che i libertini descritti da De sade, provano per la sodomia, è mirato non tanto a una tensione erotica di conquista, godimento etc, ma piuttosto come un veicolo di “neutralizzazione” della propria stessa identità, e per ciò stessa davvero Culturale, filosofica e contronaturale.

Così come nella “Storia dell’occhio” di Georges Bataille, dove la protagonista Simone non vuole assolutamente essere penetrata in altre parti se non nel suo culo, in quanto considera che le altre maniere debbano essere riservate alle madri e ai padri.

E in questo c’è da considerare un punto di fondamentale importanza. Quella che Deleuze nell’Anti-Edipo chiama la Macchina Desiderante, è quanto stia fuori dal meccanismo della “Catena di Montaggio”, (l'inconscio -es- piscia, caga, mangia e fotte) fuori della trasmissione, fuori della essenza sociale, fuori dal tessuto storico, si è in quel tempo che lo stesso Deleuze nella “Logica del Senso” riporterà in piazza direttamente dalle tracce dello stoicismo, e cioè l’Aion. Esso è quel tempo inteso a definire la condizione in cui non esista presente, ma esistano solo passato e futuro, e che dunque consista nell’ istante più impercettibile, impalpabile, fuori della memoria e dalla scena, per l’appunto: Osceno.

O meglio, intenderemo dunque la zona che non è nemmeno possibile visitare, dove anche il sesso diventa l’ accesso dell’essenza inconscia, portata fuori da ogni qual si voglia schema identitario, ogni moda, ogni tessuto morale e culturale, ogni qualsivoglia forma di nominazione, ogni coscienza, fuori dall’uomo, dalla stessa natura, fuori dallo stesso fuori e dunque dalla possibilità di un dentro.

Essere divini (e questo anche i pagani lo sapevano benissimo) significa trovarsi in quella condizione di totale sovrapposizione da ogni collocazione spazio temporale. Per questo la sodomia, intesa come l' atto più anti erotico, nega assolutamente lo stesso atto sessuale, sovvertendolo.
Precisiamo: non trasgressivo, non s’intende cioè, una violazione di norme, ma la totale negazione, l' oblio, il superamento di esse, mediante la incanalazione della propria energia su un piano che non è quello della normale libido, ma le è piuttosto, totalmente parallela, oltre che sublime specchio (e al contempo ad essa complice avversa).

Luca Atzori

giovedì 11 giugno 2009

CRISTIANESIMO E CANNIBALISMO

Il cristianesimo, in particolar modo nel sacramento dell’eucarestia, è la più effettiva “burocraticizzazione” del cannibalismo.

Per rendere possibile l’argomentazione di questa mia sentenza, è necessario che si introducano qui i due concetti di eucarestia e cannibalismo.

La prima è il perno attorno cui ruota tutta la cerimonia cristiana. La parola trova la sua derivazione etimologica in eucharisto (che significa rendere grazie), e indica quel sacramento il quale venne istituito da Cristo, secondo quel che viene narrato nei vangeli. Più che un rituale può essere inteso come una vera e propria regola. Durante l’ultima cena Cristo offre il pane e il vino in sacrificio, come corpo e sangue di cui i discepoli si nutrono (simbolicamente).

Dico che è una regola e non un rituale, proprio perché non è l’incontro di persone e l’evocazione accompagnata da gesti specifici a rendere possibile il miracolo, ma questo avviene per ciascuno, viene vissuto passivamente in quanto è stato fissato, svelato, eternizzato (burocraticizzato, appunto).

Il cannibalismo, invece, avviene soprattutto come rituale. È stato ed è ancora presente, il fenomeno, in diverse culture (soprattutto fra gli indiani d’America). Durante le battaglie, gli indigeni di queste tribù, frequentemente avevano l’abitudine di mangiare la carne del proprio nemico, dopo averlo ucciso, al fine di ricavarne la forza, in quanto credevano che l’anima risiedesse nel corpo stesso.

Ora, qual è, più precisamente la differenza fra il rituale e la regola?

Il rituale ha bisogno di essere accompagnato da gesti e azioni che permettano che si realizzi il fine. Ma quel che in esso si genera, nonostante gli atti ripetuti siano sempre i medesimi, è accidentale. Sono gli uomini a far si che questo conservi il suo valore. Mentre invece la regola è fissata in una sorta di codice, e non sono gli uomini a generarla, ma è essa a costituirsi antecedentemente o meglio indipendentemente dall’uomo.

Che cosa succede dunque nell’eucarestia? Cristo trasporta il suo sangue e il suo corpo, su un piano ideale, simbolico, e per far si che questo avvenga dona ai suoi discepoli il pane e il vino. Questi, in tale circostanza cerimoniale, ne daranno il valore che Cristo avrà loro segnato, ma lo faranno grazie alla transustanziazione, ovvero a quel miracolo per cui pane e vino conserveranno solo accidentalmente la loro apparenza, mentre la loro sostanza effettiva andrà a coincidere con quella divina per l’appunto. E c’è dunque un’eternizzazione del corpo e del sangue. Ciò sta proprio a significare questo, ovvero quel che Gesù fa è un dono: quello dell’eternità dell’anima.

Poi avviene la crocifissione, ove il nemico è pubblico e ha scelto di non lottare. Subisce solo. Facendo questo fa dono a tutti gli uomini della sua salvezza.

Ma analizziamo meglio... i discepoli mangiano il pane e bevono il vino, proprio perché questi significano corpo e sangue (pur non essendo tali); ma se l’ultima cena fosse consistita nell’atto di sbranare il maestro da parte dei discepoli, di certo non avremmo riscontrato l’eucarestia. Questo poiché trasportando su un piano trascendente quella che è la materia umana, si genera appunto un sacramento. E quello che Cristo compie è propriamente un sacrificio, in quanto egli genera un qualcosa di sacro, e per far questo si priva di qualcosa, ovvero della sua stessa vita, e la trasporta verso Dio. Quel sangue e quel corpo sono doni che vengono offerti a Dio, e quel che resta agli uomini è solo l’elemento simbolico. Così ogni qual volta noi partecipiamo al sacramento dell’eucarestia, in realtà ci nutriamo dello spirito santo, e dunque ci appropriamo di quella forza che appartiene a Cristo, la quale è per l’appunto trasportata su un piano spirituale, e dunque eterno, proprio perché non ha bisogno di un gesto perché avvenga (come appunto cibarsi del proprio nemico).

Cristo segna dunque una distinzione fra due mondi: quello celeste e quello terrestre.

L’analogia di cui potremmo servirci è quella della banca, in cui non sono realmente conservati i nostri averi, ma sono piuttosto registrati, ed esistono dunque solo su un piano astratto, convenzionale.

Per questo il cristianesimo è la burocraticizzazione del cannibalismo: proprio perché ha donato la stessa carne e sangue, dunque la vita, l’ anima dell’uomo, a Dio, il quale non viene più identificato con la stessa sostanza umana. Il cannibalismo, che è effettivamente una delle prime e maggiori forme di cultura (proprio perché con esso si ha una “colonizzazione” dell’Altro) viene sostituito con una dottrina che fa diventare quest’Altro il trascendente stesso, portando perciò nell’uomo la speranza di un’altra vita, imprimendo questa come una vera e propria norma eterna.

Luca Atzori

IL SESSO DEGLI ANGELI (Considerazioni sulla prima Elegia Duinese di Rilke)

Si inizia con un grido mancato, la dichiarazione di un eco strozzato nel pieno della visione di un mistero metafisico (ricorrente nel procedere pensante in Rilke). Un incipit che richiama alla condizione umana, alla sua limitatezza, al suo (sostanziale) essere povera cosa.
Rilke utilizza la figura dell'Angelo, del messaggero, dell'ente dotato di compiutezza ontologica, paragonabile ad una fotografia, estraneo alla temporalità, il quale lascia all'uomo la sua condizione di soggiogamento al divenire (specifica del suo esserci), e già conchiuso in sé, senza progetto, ma rivelato e imploso, in poche parole paradossale.
Così pure come nel libro delle immagini (sempre di Rilke), vi è la lirica Annunciazione dove al contrario l'Arcangelo Gabriele, persosi nella terra dice a Maria: "Lo spazio mi ha vinto" (e dicendo questo perde il suo messaggio nella dimenticanza). San Giovanni della Croce parlava di "luce tenebrosa e tenebra luminosa", l'unica macchia di senso che di per sé può essere considerata come il più esemplare abbaglio di non-sense.
La bellezza è inizio del tremendo proprio perché superficie di quell'impensabile e irrapresentabile, nel quale non è riscontrabile strumento alcuno che costituisca un elemento utile alla progettualità umana.

L'uomo che spera di veder provenire una risposta dalle "labbra" dell'Angelo, invano. Lo sguardo non può che rivolgersi verso il mondo quotidiano, verso quell'albero qualunque, l'uomo, il suo mondo.
E poi Rilke parla della Notte, dove fa entrare gli innamorati, che nient'altro fanno se non "celarsi la sorte l'un l'altro".
La sorte di cui si parla è indubbiamente la morte, dalla quale gli amanti cercano di fuggire dimenticandone la inesorabile realtà. E questi si perdono, difatti, nell'illusione di cadere l'uno nell'altro.

I Santi si avvicinano a Dio non solo fuggendo dalle cose terrene, ma ricercando nella perdita di sé la vera interiorità, il regno dell'immanenza, l'innocenza animale.
Perdita, perciò, del concetto di Storia, di Memoria, così come gli angeli che non possiedono un "telos", e che non muovono in alcuna direzione i loro gesti (non sanno, appunto, se vadano fra vivi o fra morti).
Lo stesso vale per ogni forma di teologia: in esse si possono fornire domande irrispondibili, questioni aperte, e non si possono articolare risposte, se non in forma dogmatica, come nella religione cosiddetta "cattolica" che significherebbe "universale".

Come cercare di rispondere alla domanda: qual è il sesso degli angeli?

Luca Atzori