Per quanto tracciare una fenomenologia della figura che mi propongo qui, sia antitetico con le intenzioni per le quali l'argomento stesso viene proposto, ritengo sia necessario porre chiarezza sull'idea di “tamarro”.
La fenomenologia, in questo caso, potrebbe fornirci un dato utile a ricerche di carattere gnoseologico, insufficienti, evidentemente, ma necessarie per andare oltre l'idea stessa e poter rendere possibile un'argomentazione che riesca a rendere almeno chiaro il problema.
La prima domanda da porsi, infatti, è questa: Chi è il tamarro?
Tutti siamo abituati a visualizzarne la figura, anche se a mio parere in essa si rappresenta una delle realtà sociali più vaghe.
L'elemento che maggiormente caratterizza il tamarro è quello legato alla violenza, come “vizio/virtù”. L'unico linguaggio che questi soggetti riescono a utilizzare è quello vicino alla gestualità propria dell' avversione fisica, arma per mostrarsi all'esterno.
La poca famigliarità con il linguaggio verbale è strettamente legata con l' energia fisica, unico segno da spettacolarizzare con disinvoltura de-pensante.
Ma questo semianalfabetismo è in realtà (anche se inconsapevolmente) voluto. Quel che il tamarro difende è la propria rabbia; egli mostra infatti un certo rifiuto a imparare la lingua che gli viene imposta a scuola, sin dalle primarie.
Addirittura, in alcune realtà scolastiche, i tamarri portano rispetto per il “ripetente”.
Questo deriva evidentemente da un certo rapporto affettivo con le proprie famiglie, dove si respira lo sfruttamento, la rabbia dell'oppresso, la fatica ad arrivare a fine mese, la povertà non solo economica ma anche spirituale/culturale, dove la sensibilità non ha possibilità di essere educata come avviene nelle classi più agiate.
Non si vuole qui intendere che vi siano classi che garantiscano un'educazione superiore. Piuttosto, l'educazione che subisce il tamarro proviene comunque dall'alto, ed è pre-cognizzata proprio perché questi, le parti del gregge, possano adempiere ai propri compiti. Il tamarro rispecchia spesso la normalità, intesa come idea sufficiente a garantire l'esercizio del lavoro e dello svago entro un certo rango prestabilito, che costituisca una realtà di massa e per ciò stesso consensuale.
Esiste un destino sociale che vuole che il tamarro sia ignorante, stupido, violento e furbo.
Michael Foucault spiegò il concetto di biopolitica: sistema di controllo che il potere esercita sui corpi, decidendo sulle loro stesse sorti sociali a partire dalle posture a cui questi stessi vengono costretti sul lavoro, a casa etc. Le case popolari possono raramente produrre persone che si comportino come chi vive nella collina.
Il tamarro è spesso una persona oltremodo spensierata, non propriamente pervasa da problemi esistenziali se non di ordine materiale, legati a questioni di sopravvivenza. Non si pone domande perché ne ha altre da porsi, e sono evidentemente di vitale e più stretta importanza..
Per questo il tamarro è normale, o più precisamente è scontato per egli essere tale.
Questa sua spensieratezza è contraddistinta dal suo abbigliamento, spesso sportivo, comodo, o anche spesso composto di abiti stretti che evidenziano la fisicità ben curata (valore di natura bellica, dove il militare deve avere appunto molta resistenza e forza, e sufficiente ma non troppo cervello). Il tamarro non vive però un rapporto stretto con la propria sfera corporea, nonostante ciò possa sembrare. Egli assume alcuni determinati gesti e li ripete, scimmiottando un codice che determina la rispettabilità del medesimo e dunque la sua stessa vita in società. Dentro la realtà fisica di un tale individuo, è presente l'archivio di tanta rabbia sociale, di natura secolare.
Il punto è che a questa rabbia non è permesso di verbalizzarsi, se non con un'espressione diretta di questa che possa manifestarsi attraverso l'aggressione fisica o verbale ridotta in parole dai contenuti volgari, e con disposizione di un assai parco lessico.
Si sa poi che la proprietà di linguaggio costruisce la realtà identitaria di ogni singolo.
La cattiveria del tamarro è autentica proprio per l'etimo (captivitas – prigione) poiché egli è lo schiavo.
Il luogo costruito apposta per il divertimento del tamarro è la discoteca, dove egli esercita se stesso in guerre fra maschi intorno alla ricerca di donne con cui sfogare bisogni sessuali, anche se spesso il cattolico decoro è più presente che nei locali frequentati dagli altri appartenenti ad altre fasce sociali. La musica è ripetitiva, va a stimolare le parti più basse del corpo, in maniera che questi vengano spinti a seguire i propri istinti più animali a discapito di quelli più spiritualmente elevati. La discoteca è il culmine dell'educazione e per ciò stesso della manipolazione biopolitica esercitata sui ragazzi, costretti a muoversi in una determinata maniera rispettando il rigore e la disciplina del fantasma fascista che li ammaestra.
Al tamarro non è concesso di comunicare verbalmente con individui delle altre classi sociali. È come se ci fosse un'incomunicabilità dovuta a un'inesorabile separatezza, addirittura un evidente parallelismo. Qualora il tamarro volesse comunicare con il figlio di un professore universitario, dovrebbe imparare il suo linguaggio, e dunque rinunciare al proprio.
Il punto è che la rabbia del tamarro è inesprimibile, se non attraverso una rivolta cosciente che provenga da egli stesso. Tutte le rivoluzioni sono state teorizzate da classi che non erano quelle più subalterne. In mezzo al gregge dei tamarri, esistono certamente persone a cui il destino abbia segnato la fortuna di poter desiderare di districarsi dalla propria fatale posizione (senza per questo dover invidiare le altre a lui “superiori”). Il desiderio è però soffocato, e a ciò pensa la realtà anti-iniziatica dell'era dei consumi, dove l'estensione della società è il suo stesso ritratto (vedere “la società dello spettacolo” di Guy Debord).
Eppure qualora lo studente medio, o anche l'intellettuale, che vogliano definire se stessi come difensori delle classi oppresse, incontrino il tamarro, hanno sempre una reazione mista di disgusto e paura. La paura deriva dalla consapevolezza che il tamarro conosce la vita molto meglio di quanto non possano fare essi stessi (oltre che da questioni intimamente animali), e il disgusto è conseguenza di quell'educazione che intende stagliare ciascuna parte della realtà sociale al proprio posto, rendendo possibile le varie teorizzazioni che per una certa necessità umanistica rimandano sempre a un mondo prossimo e migliore, e per ciò stesso astratto, moderato, irrisolto.
Ciò che nel tamarro deve provocare disgusto è l' abito stesso che egli indossa (sia in senso metaforico che non).
Ma già la stessa rabbia che questi porta presso di sé è segno di una urgenza sociale che intende non identificarsi (perché il tamarro non segue una moda specifica, egli è parte della corrente) ma mettere in mostra la propria stessa verità, come testimonianza di quella che è la vita per chi vive nella periferia o in realtà comunque emarginate, dove l'unica cosa che dovrebbe suscitarsi non è lo schifo o il senso di superiorità, ma lo scandalo di vite depotenziate perché questo è necessario a vivere nel mondo corrotto nel quale poggiamo i nostri culi.
Luca Atzori
sabato 15 gennaio 2011
lunedì 27 dicembre 2010
QUINTO DISCORSO DELL'ANTIUMANESIMO - L'INFANZIA
“Un azzurro momento è puramente anima” Georg Trakl – Infanzia
Ogni infanzia è infelice.
Ogni infanzia umana che si “ricordi” è il periodo più infelice nella vita di ciascuno.
Proprio quando la vita inizia, i desideri sono puri e incorrotti, e non c'è punto d'appoggio, né vi è necessità.
Volontà di potenza.
Piuttosto l'abbraccio protettivo della madre, di quello si può parlare, del calore, che già di per sé è souvenir di quell' origine dell'amore che si andrà a ricercare per il resto della vita.
Nel Vangelo si legge che solo un bambino può entrare nel regno dei cieli. Questo perché la volontà infantile è interamente divina. La sostanza del bambino è più affine a quella divina, che Spinoza insegna essere in sé e concepita per sé.
Il bambino ha la saggezza della sua innocenza, l'unica che si debba ricercare.
La coscienza serve a dimenticare, perciò a ricordare.
Nell'infanzia, dove le emozioni sono più intense, proprio perché non è possibile chiudere gli occhi davanti a nessuna di esse, c'è la più pura sofferenza, ed è quella che la felice calma della vita adulta ci getta addosso, quel mangime amaro che porta il nome Civiltà.
Uno sbarramento fra le due potenze coercitive della famiglia e l'esistenza civile.
Il bambino è l'essere umano che più patisce il destino sociale, proprio perché questo incombe su di lui, cercando di racchiuderlo in sé, vestendolo della propria malattia, gettandolo nella putrefazione localizzata.
Ma l'infanzia non può essere abolita, poiché il tempo abbraccia tutto, e sulla nostra pelle riposano tutti gli attimi, legati geometricamente fra un quando e l'altro.
La pace che andiamo a ricercare è un ricordo prenatale.
Mentre l'educazione comporta un acquietamento necessario alla conduzione dell'esistenza civile, che concentra l'attenzione sulla sfera razionale.
E' quando noi soffriamo, il dolore che vediamo riemergere è quello dell'infante.
L'infante piange.
Nessuno ricorda l'infanzia proprio perché è un periodo che la memoria non consente di conservare, per stessa natura e finalità del rammentare stesso.
Nessuno se lo ricorda perché è stato un periodo troppo infelice. Quello in cui abbiamo preteso con maggior forza la nostra felicità stessa.
Il periodo in cui eravamo (già) pronti ad apprendere la gioia dinnanzi alla morte.
Appello agli psicoanalisti: non si deve rammentare l' infanzia, ma piuttosto tornare bambini e fare i conti con la nostra fatale infelicità.
Luca Atzori
Ogni infanzia è infelice.
Ogni infanzia umana che si “ricordi” è il periodo più infelice nella vita di ciascuno.
Proprio quando la vita inizia, i desideri sono puri e incorrotti, e non c'è punto d'appoggio, né vi è necessità.
Volontà di potenza.
Piuttosto l'abbraccio protettivo della madre, di quello si può parlare, del calore, che già di per sé è souvenir di quell' origine dell'amore che si andrà a ricercare per il resto della vita.
Nel Vangelo si legge che solo un bambino può entrare nel regno dei cieli. Questo perché la volontà infantile è interamente divina. La sostanza del bambino è più affine a quella divina, che Spinoza insegna essere in sé e concepita per sé.
Il bambino ha la saggezza della sua innocenza, l'unica che si debba ricercare.
La coscienza serve a dimenticare, perciò a ricordare.
Nell'infanzia, dove le emozioni sono più intense, proprio perché non è possibile chiudere gli occhi davanti a nessuna di esse, c'è la più pura sofferenza, ed è quella che la felice calma della vita adulta ci getta addosso, quel mangime amaro che porta il nome Civiltà.
Uno sbarramento fra le due potenze coercitive della famiglia e l'esistenza civile.
Il bambino è l'essere umano che più patisce il destino sociale, proprio perché questo incombe su di lui, cercando di racchiuderlo in sé, vestendolo della propria malattia, gettandolo nella putrefazione localizzata.
Ma l'infanzia non può essere abolita, poiché il tempo abbraccia tutto, e sulla nostra pelle riposano tutti gli attimi, legati geometricamente fra un quando e l'altro.
La pace che andiamo a ricercare è un ricordo prenatale.
Mentre l'educazione comporta un acquietamento necessario alla conduzione dell'esistenza civile, che concentra l'attenzione sulla sfera razionale.
E' quando noi soffriamo, il dolore che vediamo riemergere è quello dell'infante.
L'infante piange.
Nessuno ricorda l'infanzia proprio perché è un periodo che la memoria non consente di conservare, per stessa natura e finalità del rammentare stesso.
Nessuno se lo ricorda perché è stato un periodo troppo infelice. Quello in cui abbiamo preteso con maggior forza la nostra felicità stessa.
Il periodo in cui eravamo (già) pronti ad apprendere la gioia dinnanzi alla morte.
Appello agli psicoanalisti: non si deve rammentare l' infanzia, ma piuttosto tornare bambini e fare i conti con la nostra fatale infelicità.
Luca Atzori
mercoledì 15 dicembre 2010
EUROPA: LA NUOVA BISANZIO
“L'Europa è oggi un simulacro economico senza identità culturale”.
Stefano Zecchi
Oggi sentiamo incombere, sopra di noi, la nube di un dovere che diventa a tratti opprimente e privo di vera motivazione, quello di diventare finalmente europei.
Un dovere imposto, e dal quale è difficile districarsi, se non con una forma di silenziosa rivolta, anche se ahimé, spesso vestita di grigia disillusione.
Che cosa significa essere europei?
Significa far parte di una realtà continentale dominata dalla tecnica, dalla religiosità economica e l'idea (sempre più anacronistica e mistificata) di un qualche sempre prossimo (nonché eternamente presente) progresso.
Tutto quel che troviamo fra le nostre mani è la possibilità di far parte, essere compresi, in una realtà di cui, non a torto, Horkheimer avrebbe profetizzato la totale amministrazione.
Ci muoviamo progressivamente verso una vita immaginata, supposta. Abbiamo trovato alloggio nel possibile, e in esso ci siamo fermati.
Dimentichiamo con inerte rigore, che ogni forma di possibilità ha un senso esistenziale legato all'opportunità, alla costruzione di una meta. Certo, come può essere pensabile una forma di “senso” proprio là dove non vi è che l'accettazione di un non-senso generalizzato?
A questa domanda risponde molto acutamente Jean Luc Nancy, ne “L'essere singolare plurale”, dicendo che il non-senso stesso pone paradossalmente la messa in questione del senso.
La natura del senso è già di per sé discutibile e può porsi come oggetto di attenzione teoretica, ma non può effettivamente essere pensata come un qualcosa di “andato perso”. Sarebbe assurdo, un evidente peccato fideistico.
Lo stesso credere che qualcosa sia andato perso presenta in sé la traccia di una comoda ingenuità, una profonda pigrizia di cui tutti noi europei siamo ammalati gravemente.
L'unica questione che potremmo porre è di natura assiologica.
Se non abbiamo perso effettivamente nulla, che cosa vediamo venir meno?
Certamente, oggi, il valore che vediamo diventare superfluo è quello legato all'Esperienza umana.
Intendiamoci, per esperienza si intende quella sfera che comprende in sé tutti quegli ambiti esistenziali, volti al raggiungimento di qualsivoglia forma di Conoscenza.
Nelle forme di società tradizionali, è l'uomo e non il guadagno economico, ad essere il fine.
Quando ci si avvicina all'espressione “Uomo” si va a toccare un tasto altrettanto dolente.
Non viene intesa qui nella comune accezione che può essere ritenuta da molti come assodata, cioè quella legata ai cosiddetti diritti che un certo “Umanesimo” avrebbe voluto farci credere di aver conquistato. Qui si intende l'uomo nella sua conformazione più strettamente spirituale, come figura esistenziale diretta unicamente verso il miglioramento di sé e volto alla Conoscenza.
Ma come è possibile pensare a una Conoscenza che sia priva della sua sorgente esperienziale?
Ci illudiamo che sia possibile oggi, proprio perché vediamo l'informazione avere la precedenza su qualsiasi esito conoscitivo.
L'informazione, per sua stessa natura, viene vissuta passivamente, viene assorbita, è imposta.
Non c'è nessuno sforzo umano dietro all'incontro di essa. E' sempre un dato che noi accettiamo e verso il quale abbiamo come possibile esito la critica, ma nient'altro.
Noi esperiamo l'informazione, come unica realtà possibile, come negatrice dell' autentica Esperienza.
Così l'informazione si è affermata nell'era del cosiddetto relativismo, dove ogni forma di Identità culturale si vede cadere a precipizio nel cestino dove riposano tutte le altre vecchie chimere.
Il punto è che l'Europa stessa è una chimera, ma priva di ali.
Ha un aspetto che ricorda il ghiaccio, e brilla di un freddo immobilismo; ricoperta di migliaia di insegne luminose che sono gli abbagli che essa manda a sé stessa, illusa di essere viva.
Questo siamo noi oggi: uomini senza esperienza e senza conoscenza. Privati del nostro senso spirituale. Malati di un laicismo corrosivo che ci ha fatto inchinare dinnanzi al Dio Mercato.
La religiosità dogmatica del cattolicesimo che tanto viene biasimata dalla giovane Europa, non è affatto dissimile da quello che essa stessa è diventata. Presenta le stesse identiche caratteristiche, gli stessi difetti. Forse ci si potrebbe azzardare a pensare la realtà cattolica come migliore, perché più vicina all'Umano, alla sua esigenza di Spirito.
Fino a che porremo su un secondo piano il valore dell'individuo (autenticamente inteso, e non frainteso) e considereremo lo spirito solo come un ricordo romantico e ad essi sovrapporremo l'economia (subordinando ad essa la politica intesa nel senso più tradizionale del termine), ci vedremo muovere in un mondo sempre più barbaro, legato a esigenze materiali dirette verso la dissoluzione più totale della nostra stessa cultura.
Eccoci svelato il Kali Yuga.
L'angoscia è una condizione umana che richiede rispetto oggi più che mai, proprio perché è una spinta, un'arma che conserviamo.
Non intendo qui giungere a esiti moralistici, ma al contrario di portare l'attenzione verso l'importanza che la morale (cosa ben differente) può avere per noi oggi, dove ciascun uomo ponga il proprio stare al mondo come opportunità di una ricerca e non come l' accoglimento di norme che non gli appartengano.
La nostra Europa, malata di angoscia, si addormenterà ingerendo il suo ultimo farmaco.
Noi ci muoveremo su questa Nuova Bisanzio alla ricerca del nostro respiro.
Luca Atzori
Stefano Zecchi
Oggi sentiamo incombere, sopra di noi, la nube di un dovere che diventa a tratti opprimente e privo di vera motivazione, quello di diventare finalmente europei.
Un dovere imposto, e dal quale è difficile districarsi, se non con una forma di silenziosa rivolta, anche se ahimé, spesso vestita di grigia disillusione.
Che cosa significa essere europei?
Significa far parte di una realtà continentale dominata dalla tecnica, dalla religiosità economica e l'idea (sempre più anacronistica e mistificata) di un qualche sempre prossimo (nonché eternamente presente) progresso.
Tutto quel che troviamo fra le nostre mani è la possibilità di far parte, essere compresi, in una realtà di cui, non a torto, Horkheimer avrebbe profetizzato la totale amministrazione.
Ci muoviamo progressivamente verso una vita immaginata, supposta. Abbiamo trovato alloggio nel possibile, e in esso ci siamo fermati.
Dimentichiamo con inerte rigore, che ogni forma di possibilità ha un senso esistenziale legato all'opportunità, alla costruzione di una meta. Certo, come può essere pensabile una forma di “senso” proprio là dove non vi è che l'accettazione di un non-senso generalizzato?
A questa domanda risponde molto acutamente Jean Luc Nancy, ne “L'essere singolare plurale”, dicendo che il non-senso stesso pone paradossalmente la messa in questione del senso.
La natura del senso è già di per sé discutibile e può porsi come oggetto di attenzione teoretica, ma non può effettivamente essere pensata come un qualcosa di “andato perso”. Sarebbe assurdo, un evidente peccato fideistico.
Lo stesso credere che qualcosa sia andato perso presenta in sé la traccia di una comoda ingenuità, una profonda pigrizia di cui tutti noi europei siamo ammalati gravemente.
L'unica questione che potremmo porre è di natura assiologica.
Se non abbiamo perso effettivamente nulla, che cosa vediamo venir meno?
Certamente, oggi, il valore che vediamo diventare superfluo è quello legato all'Esperienza umana.
Intendiamoci, per esperienza si intende quella sfera che comprende in sé tutti quegli ambiti esistenziali, volti al raggiungimento di qualsivoglia forma di Conoscenza.
Nelle forme di società tradizionali, è l'uomo e non il guadagno economico, ad essere il fine.
Quando ci si avvicina all'espressione “Uomo” si va a toccare un tasto altrettanto dolente.
Non viene intesa qui nella comune accezione che può essere ritenuta da molti come assodata, cioè quella legata ai cosiddetti diritti che un certo “Umanesimo” avrebbe voluto farci credere di aver conquistato. Qui si intende l'uomo nella sua conformazione più strettamente spirituale, come figura esistenziale diretta unicamente verso il miglioramento di sé e volto alla Conoscenza.
Ma come è possibile pensare a una Conoscenza che sia priva della sua sorgente esperienziale?
Ci illudiamo che sia possibile oggi, proprio perché vediamo l'informazione avere la precedenza su qualsiasi esito conoscitivo.
L'informazione, per sua stessa natura, viene vissuta passivamente, viene assorbita, è imposta.
Non c'è nessuno sforzo umano dietro all'incontro di essa. E' sempre un dato che noi accettiamo e verso il quale abbiamo come possibile esito la critica, ma nient'altro.
Noi esperiamo l'informazione, come unica realtà possibile, come negatrice dell' autentica Esperienza.
Così l'informazione si è affermata nell'era del cosiddetto relativismo, dove ogni forma di Identità culturale si vede cadere a precipizio nel cestino dove riposano tutte le altre vecchie chimere.
Il punto è che l'Europa stessa è una chimera, ma priva di ali.
Ha un aspetto che ricorda il ghiaccio, e brilla di un freddo immobilismo; ricoperta di migliaia di insegne luminose che sono gli abbagli che essa manda a sé stessa, illusa di essere viva.
Questo siamo noi oggi: uomini senza esperienza e senza conoscenza. Privati del nostro senso spirituale. Malati di un laicismo corrosivo che ci ha fatto inchinare dinnanzi al Dio Mercato.
La religiosità dogmatica del cattolicesimo che tanto viene biasimata dalla giovane Europa, non è affatto dissimile da quello che essa stessa è diventata. Presenta le stesse identiche caratteristiche, gli stessi difetti. Forse ci si potrebbe azzardare a pensare la realtà cattolica come migliore, perché più vicina all'Umano, alla sua esigenza di Spirito.
Fino a che porremo su un secondo piano il valore dell'individuo (autenticamente inteso, e non frainteso) e considereremo lo spirito solo come un ricordo romantico e ad essi sovrapporremo l'economia (subordinando ad essa la politica intesa nel senso più tradizionale del termine), ci vedremo muovere in un mondo sempre più barbaro, legato a esigenze materiali dirette verso la dissoluzione più totale della nostra stessa cultura.
Eccoci svelato il Kali Yuga.
L'angoscia è una condizione umana che richiede rispetto oggi più che mai, proprio perché è una spinta, un'arma che conserviamo.
Non intendo qui giungere a esiti moralistici, ma al contrario di portare l'attenzione verso l'importanza che la morale (cosa ben differente) può avere per noi oggi, dove ciascun uomo ponga il proprio stare al mondo come opportunità di una ricerca e non come l' accoglimento di norme che non gli appartengano.
La nostra Europa, malata di angoscia, si addormenterà ingerendo il suo ultimo farmaco.
Noi ci muoveremo su questa Nuova Bisanzio alla ricerca del nostro respiro.
Luca Atzori
mercoledì 10 novembre 2010
UNA PARENTESI SULL'ARTE CONTEMPORANEA
L'arte contemporanea (oggi) porta in sé il difetto della sua stessa presunta contemporaneità, perché tutto quel che riesce a dimostrare è di essere un esempio perfetto di anacronismo. Le varie biennali di Venezia, insieme agli innumerevoli eventi che ruotano intorno alle novità dell'arte, sono esempio di un'ipertrofia di linguaggi, che nonostante l'accelerazione, la sofisticazione, la presunta complessità tematica che vogliono trattare, trasmettono sempre lo stesso medesimo vuoto, e offrono conferma della staticità globale nella quale risiedono.
Da diversi anni vediamo vagare nell'aria i nomi di Cattelan, Koons, Pistoletto, Abramovic, etc.
Uno appende i bambini impiccati agli alberi, o si presenta alla tesi di laurea vestito da asino, un altro fa palloncini a forma di cuore o ingaggia pornostar da usare come suppellettile, l'altro ancora spezza gli specchi, e l'altra passa ore a muoversi intorno a se stessa fino a stancarsi.
Quel che mi domando io è: che cosa hanno da comunicarci questi signori?
Prima di rispondere a questa domanda retorica (perché la risposta è “niente”) vorrei fare un piccolo quadro di quelle che sono state le avanguardie e quale il loro ruolo.
Nel novecento ci sono stati diversi movimenti artistici ( facenti parte appunto di quelle che vengono comunemente indicate come avanguardie storiche) che avevano come interesse principale quello di comunicare i loro contenuti attraverso la forma della loro espressione, facendo quindi una ricerca di stampo tecnico o espressivo, appunto. L'apice di questa ricerca, si può dire sia stato toccato da Duchamps, che con la sua opera “La Mariée mise à nu par ses célibataires, mêm “ ha inaugurato quella che è la fase concettuale dell'arte.
Il punto è che più avanti, i cosiddetti post-duchampiani (che meglio sarebbe definire post dushampisti) si sono rivelati eredi solo più della fuffa dadaista (che era allora mossa da una sincera esigenza di negazione) e non hanno considerato che per essere artisti bisogna possedere anche uno Spirito, e non solo la furberia, o la pretesa di un vago discorso sull'arte (oggi oltremodo inutile, oltre che niente affatto interessante).
Così vediamo tante opere, spesso noiose, e ammaliati dalla presunta serietà di queste ci facciamo catturare e per ciò stesso divorare.
Qual è il problema fondamentale in tutto ciò? Io ritengo che oggi nell'arte manchi totalmente qualsiasi interesse rivolto verso il contenuto vero e proprio, e ci si rivolga solo più alla forma, relegati ancora alla centralità dell' aspetto estetico, glaciale al punto che il gelo va a trasferirsi nelle esistenze stesse dei fruitori medesimi (collezionisti di giocattoli), affetti da una certa non so quale frigidità spirituale, dove l'occhio viene attirato da dettagli inutili, senza che qualcosa venga effettivamente detto.
L'arte oggi parla solo dell'arte, cioè del nulla.
Qualcuno sostiene che non ci sia nulla da comunicare. Chiaro, questo è l'attuale stato di cose nell'era cosiddetta postmoderna, perché ci tocca vivere in un mondo che intende dire anzi addio alla comunicazione, e da il benvenuto alla crescente ipertrofia di informazioni mettendo il tappetino pronto per la passeggiata del panico generalizzato.
Ma quello che al massimo si può guadagnare visitando una bella mostra, è (se si è fortunati) un' emozioncina, magari positiva, magari negativa, ma rigorosamente vuota, anzi quasi determinante a una presa di coscienza fine a se stessa, immobilizzante.
Gli artisti o sono interessati a vendere e quindi pronti a trovare sempre nuovi metodi per stupire, scandalizzare, investendo quei soldi che avevano guadagnato nella mostra precedente (sostanzialmente paragonabili a normalissimi imprenditori) oppure ti vengono a dire che lo fanno per passione, e magari si accontentano di poco, accettano di farlo come secondo lavoro, trovano un temino da affrontare e sviluppare e vanno avanti così fino a che non si stancano, perché “ero artista perché è bello, perché si scopa”.
Il punto è che si è giunti a questo, perché oggi pare essere diventato puerile indicare l'arte come un mestiere.
Forse in realtà da sempre la maggior parte dell' arte è stata solo spazzatura, gli artisti cortigiani, e va bene, nulla è cambiato.
Però proprio oggi che l'arte è così diffusa, è ancora più lampante l'aspettativa primaria che riponiamo in essa, e non pretendiamo chissà quale miracolo: ci aspettiamo banalmente che essa ci dica qualcosa.
Il punto è che solo chi ha veramente qualcosa da dire, può permettersi di farlo. Chi decide se una persona possa dire o meno qualcosa?
L' urgenza. Che poi si serva di tutti i mezzi che vuole (e detto francamente può anche arrivare a soluzioni raffazzonate).
Invece siamo alle solite, il solito deserto.
Bisognerà capire che finché nel mondo dell'arte si andrà avanti con questa gara a chi ottiene il primato dell'arricchito fannullone, al di là del guadagno economico e una simpatica pacca sulle spalle non si otterrà di certo nient'altro.
È necessario mettere lo Spirito al di sopra dell'economia e del cieco piano materiale sul quale si muovono questi mercenari votati alla idolatria del nulla.
Abbiamo bisogno che qualcuno ci dica qualcosa. Non è necessario oggi sovraccaricarsi di nozioni, spesso solo deleterie, ma piuttosto bisogna muoversi nel mondo con l'attenzione che si avrebbe restando in equilibrio sopra una zattera, alla ricerca di una voce che muova un grido che si distingua fra quello dei canti innumerevoli di queste migliaia di sirene.
Non abbiamo più bisogno di allucinazioni, chiediamo realtà.
Luca Atzori
Da diversi anni vediamo vagare nell'aria i nomi di Cattelan, Koons, Pistoletto, Abramovic, etc.
Uno appende i bambini impiccati agli alberi, o si presenta alla tesi di laurea vestito da asino, un altro fa palloncini a forma di cuore o ingaggia pornostar da usare come suppellettile, l'altro ancora spezza gli specchi, e l'altra passa ore a muoversi intorno a se stessa fino a stancarsi.
Quel che mi domando io è: che cosa hanno da comunicarci questi signori?
Prima di rispondere a questa domanda retorica (perché la risposta è “niente”) vorrei fare un piccolo quadro di quelle che sono state le avanguardie e quale il loro ruolo.
Nel novecento ci sono stati diversi movimenti artistici ( facenti parte appunto di quelle che vengono comunemente indicate come avanguardie storiche) che avevano come interesse principale quello di comunicare i loro contenuti attraverso la forma della loro espressione, facendo quindi una ricerca di stampo tecnico o espressivo, appunto. L'apice di questa ricerca, si può dire sia stato toccato da Duchamps, che con la sua opera “La Mariée mise à nu par ses célibataires, mêm “ ha inaugurato quella che è la fase concettuale dell'arte.
Il punto è che più avanti, i cosiddetti post-duchampiani (che meglio sarebbe definire post dushampisti) si sono rivelati eredi solo più della fuffa dadaista (che era allora mossa da una sincera esigenza di negazione) e non hanno considerato che per essere artisti bisogna possedere anche uno Spirito, e non solo la furberia, o la pretesa di un vago discorso sull'arte (oggi oltremodo inutile, oltre che niente affatto interessante).
Così vediamo tante opere, spesso noiose, e ammaliati dalla presunta serietà di queste ci facciamo catturare e per ciò stesso divorare.
Qual è il problema fondamentale in tutto ciò? Io ritengo che oggi nell'arte manchi totalmente qualsiasi interesse rivolto verso il contenuto vero e proprio, e ci si rivolga solo più alla forma, relegati ancora alla centralità dell' aspetto estetico, glaciale al punto che il gelo va a trasferirsi nelle esistenze stesse dei fruitori medesimi (collezionisti di giocattoli), affetti da una certa non so quale frigidità spirituale, dove l'occhio viene attirato da dettagli inutili, senza che qualcosa venga effettivamente detto.
L'arte oggi parla solo dell'arte, cioè del nulla.
Qualcuno sostiene che non ci sia nulla da comunicare. Chiaro, questo è l'attuale stato di cose nell'era cosiddetta postmoderna, perché ci tocca vivere in un mondo che intende dire anzi addio alla comunicazione, e da il benvenuto alla crescente ipertrofia di informazioni mettendo il tappetino pronto per la passeggiata del panico generalizzato.
Ma quello che al massimo si può guadagnare visitando una bella mostra, è (se si è fortunati) un' emozioncina, magari positiva, magari negativa, ma rigorosamente vuota, anzi quasi determinante a una presa di coscienza fine a se stessa, immobilizzante.
Gli artisti o sono interessati a vendere e quindi pronti a trovare sempre nuovi metodi per stupire, scandalizzare, investendo quei soldi che avevano guadagnato nella mostra precedente (sostanzialmente paragonabili a normalissimi imprenditori) oppure ti vengono a dire che lo fanno per passione, e magari si accontentano di poco, accettano di farlo come secondo lavoro, trovano un temino da affrontare e sviluppare e vanno avanti così fino a che non si stancano, perché “ero artista perché è bello, perché si scopa”.
Il punto è che si è giunti a questo, perché oggi pare essere diventato puerile indicare l'arte come un mestiere.
Forse in realtà da sempre la maggior parte dell' arte è stata solo spazzatura, gli artisti cortigiani, e va bene, nulla è cambiato.
Però proprio oggi che l'arte è così diffusa, è ancora più lampante l'aspettativa primaria che riponiamo in essa, e non pretendiamo chissà quale miracolo: ci aspettiamo banalmente che essa ci dica qualcosa.
Il punto è che solo chi ha veramente qualcosa da dire, può permettersi di farlo. Chi decide se una persona possa dire o meno qualcosa?
L' urgenza. Che poi si serva di tutti i mezzi che vuole (e detto francamente può anche arrivare a soluzioni raffazzonate).
Invece siamo alle solite, il solito deserto.
Bisognerà capire che finché nel mondo dell'arte si andrà avanti con questa gara a chi ottiene il primato dell'arricchito fannullone, al di là del guadagno economico e una simpatica pacca sulle spalle non si otterrà di certo nient'altro.
È necessario mettere lo Spirito al di sopra dell'economia e del cieco piano materiale sul quale si muovono questi mercenari votati alla idolatria del nulla.
Abbiamo bisogno che qualcuno ci dica qualcosa. Non è necessario oggi sovraccaricarsi di nozioni, spesso solo deleterie, ma piuttosto bisogna muoversi nel mondo con l'attenzione che si avrebbe restando in equilibrio sopra una zattera, alla ricerca di una voce che muova un grido che si distingua fra quello dei canti innumerevoli di queste migliaia di sirene.
Non abbiamo più bisogno di allucinazioni, chiediamo realtà.
Luca Atzori
giovedì 4 novembre 2010
DOLLS
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L'opera al nero di Tania Bocchino
di Luca Atzori
L'opera al nero apre una serie di mostre fotografiche (su tela) che porteranno nell'insieme il nome di dolls.
L'artista è Tania Bocchino, vive nel canavese ed è mossa dall'esigenza di conoscere quell'universo a tratti ineffabile che è quello del corpo. Forse in lei è accentuato l'interesse a causa di un disagio motorio (che non si presenta certo come un ostacolo per le sensazioni).
Il corpo occupa per Tania un posto liminare fra il mondo interno e quello esterno, e per questo è forse il principale strumento di conoscenza. Ogni esperienza deriva da quelle sensazioni che sono raccolte sulla nostra pelle, nelle nostre viscere. L'esperienza che è senza dubbio l'origine, e non il fine.
Da ciò deriva il titolo della prima serie di opere, le quali si richiamano alla prima fase del processo alchemico conosciuta anche come nigredo, ovvero quella fase dove per la creazione di una sostanza perfetta si inizia dalla materia grezza, il piombo che diventa oro, .
Tutta la storia dell'arte è costellata dal tema della religione.
L'arte è sempre stata ricettacolo di tutta la simbologia sacra, che è poi la sede significante più immediata e diretta al nostro inconscio.
Quello che Tania si propone di illustrare è il parallelismo fra la vita di Cristo e quella di ogni uomo. O meglio si potrebbe pensare a quanto in ciascuno di noi ci sia la potenzialità di una semidivinità.
Questa serie di tele la si potrebbe intendere, più precisamente, come una narrazione di quel mito gnostico che è quello del Cristo Sophia.
Sophia è una figura che compare anche nell'antico testamento (salmi, libro dei profeti) l'apocrifo Saggezza di Salomone. Nel cristianesimo è diventata la parte femminile di Cristo (e non a caso messa in secondo piano).
Il tema attorno cui ruota l'arte di Tania è propriamente quello del femminino sacro.
La serie dell'opera al nero inizia infatti con un'opera intitolata Kosmokrator che sta a indicare l'utero femminile, afferrato da Tania in seguito ad una considerazione di matrice gnostica, che considerava la Natura come mera identificazione della Donna. L'utero della natura è appunto quel “kosmokrator” generatore di cosmo. Da qui la rappresentazione del corpo femminile come immagine microcosmica del tutto.
Così come in Eucarestia, Memoria di me e INRI, o Deposizione, Compianto, dove quella che viene rappresentata è proprio la passione di Cristo, quindi il momento della morte, e successivamente l'inizio della putrefazione, dove vengono rappresentati però solo ed esclusivamente soggetti femminili.
La figura di Cristo che viene messa in mostra è evidentemente di derivazione pagana. Anzi qui Tania vuole mostrarci in particolar modo quanto di pagano ci sia in tutte quelle azioni, cerimonie, icone, credenze con le quali la maggior parte di noi è cresciuto.
A differenza della comune concezione cattolica, il corpo viene pensato come veicolo di liberazione e non come mera prigione. Forse potremmo addirittura considerare che sia l'anima stessa la prigione del corpo e non viceversa, e anche perché quella che andiamo ricercando (a partire dalla prima fase dell'opera al nero) è proprio l'unificazione con l'universo, la totale unità fra l'alto e il basso (quod est inferius est sicut quod est superior). L'anima è in fondo tutto il nostro campo visivo, comprendente per ciò stesso il nostro tessuto simbolico dentro il quale siamo rinchiusi, e dal quale ci dovremmo liberare (e per questo Cristo viene visto come un esempio).
Tania Bocchino è un'attenta lettrice di Camille Paglia, scrittrice americana la quale ha considerato nel suo saggio Sexual personae (C. Paglia, Sexual Personae: The Androgyne in Literature and Art, tesi di dottorato, 1974) la figura della donna come sancta sanctorium della Natura, (nel caso dell'uomo, invece, della Cultura). Non si tratta ovviamente di semplice femminismo a buon mercato, ma piuttosto di una forma di femminismo così come di maschilismo che potrebbero definirsi ante litteram, dove ciascuno coglie il proprio ruolo e il proprio posto.
Ma come in un caleidoscopio, dentro l'opera di Tania possono essere scovate diverse chiavi di lettura. Quella più immediata è, forse, la più importante ed è quella concernente l'erotismo, come realtà del desiderio, ma soprattutto delle dinamiche universali stesse. L'uomo che con la sua ragione vorrebbe mettere ordine nel caos femminile. E l'amore, come un ritorno nel grembo originario, come ritorno al calore, all'origine, alla protezione.
Sarà forse anche per questo che Bataille avrebbe detto che “l'erotismo è l'approvazione della vita fin dentro la morte”.
(G. Bataille, L'erostismo, 1957).
martedì 2 novembre 2010
NON NOMINATE IL TIRANNO INVANO
Noto con particolare sgomento, che da un po' di tempo a questa parte, non si fa altro che tirar fuori uno scandalo diverso al giorno, dove puntualmente vi è implicato quel curioso personaggio che è il nostro premier.
Si tratta perlopiù di faccende che hanno a che fare con la prostituzione, con battute di cattivo gusto, con le risposte molto imbarazzanti che offre in dono a chi gli pone domande molto serie, insomma per ridurla all'osso, le ormai innumerevoli provocazioni.
Mi riferisco alle stesse che sono riuscite a diventare l'unica piattaforma di discussione in mano all' opposizione, la quale argomenta il tutto con un linguaggio goffamente serio, formale, indignato, e che ambirebbe a sensibilizzare sulla gravità delle affermazioni, del personaggio, delle sue azioni.
Il punto è che gli scandali non hanno fine, e hanno reso il cavaliere un fiero collezionista di contraddizioni, dissolutezze, libertinaggi degni di quelli raccontati in qualche scena di Pasolini.
Ma l'arma del moralismo non aiuta a risolvere un bel niente. Anzi, non è di certo andando a scomodare quegli scheletri negli armadi (che come vuole dimostrare non la politica ma la vita, ciascuno in fondo possiede, e che quindi diventano armi a doppio taglio).
Ciò che dovrebbe mettere più paura è il potere che questo signore concede a se stesso di raccontare freddure e passare da una nottata di gang bang a una giornata al family day.
Ma bisognerebbe andare oltre la paura stessa, e porsi nuove questioni:
Che cosa abbiamo noi fra le mani?
Che cosa possiamo proporre di nuovo? Abbiamo un programma in mente? Abbiamo un'idea chiara di quali siano i problemi che ci troviamo addosso in quanto italiani?
A ben pensarci non ci stiamo rendendo forse lontanamente conto di quanto si stia effettivamente svuotando tutta la nostra “immaginazione” di oppositori . Siamo vampirizzati da un personaggio politico (principalmente televisivo) che occupa quello spazio dove dovrebbero teoricamente muoversi i nostri argomenti, le nostre proposte, le nostre possibili risposte, nonché la nostra identità stessa.
Ritengo che oggigiorno il problema più importante stia proprio nell'opposizione, che non lavora affatto su se stessa, perché impigrita dal nemico, forse mossa dalla speranza segreta di occupare un giorno quel trono, senza domandarsi se gli italiani abbiano bisogno di nuovi monarchi, o abbiano bisogno piuttosto di risolvere i propri disagi (sempre più numerosi oltre che gravosi).
Bisognerà forse smettere una buona volta di occuparsi di faccende a metà fra il machiavellico e il disneyano, e iniziare a ragionare su quali siano i nostri propositi, quali le nostre esigenze, quali i nostri progetti, e creare una forma di governo alternativa dove attualmente è possibile trovare solo il deserto.
Rafforzare la sinistra, la destra? Ancorarsi a, e identificarsi con un passato che ci fa precipitare fra le pagine dei libri di storia?
Inutile dire che dietro a questo c'è evidentemente una tattica (consapevole o no, non importa) operata al fine di portare il sovrano a diventare l'unico argomento politico possibile, facendo semplicemente perdere tempo a quella parte della popolazione affascinata dal proprio rancore. Siamo ricaduti in quella malattia che rende tutto tristemente statico e autoreferenziale, dove si procede solo più per strategie.
Tutta la politica è oggi strategica, e serve a definire l'aspetto di sé stessa, mostrandosi solo più nella sua forma della rappresentanza.
Protestare contro le riforme scolastiche, contro la disoccupazione, contro la svalutazione della cultura, etc non basta più, a quanto pare. Bisogna districarsi da questo atteggiamento mirato solo ed esclusivamente alla distruzione dell'altra parte, o mossa dalla speranza di un ascolto impossibile. Qualora noi ci trovassimo davanti alla caduta di questo governo, avremmo qualcosa di pronto da proporre? Sapremmo muoverci nel vuoto?
Forse quando i problemi sono seri è più facile occuparsi solo ed esclusivamente del nemico, piuttosto che cercare soluzioni concrete. Forse non ci rendiamo conto che la nostra difficoltà è data da un problema essenziale: quella poca libertà che ancora ci resta, e che non sappiamo come utilizzare. Perché occuparsi dei problemi senza avere la comodità di un handicap come quello conferitoci dalla figura di uno spiritoso criminale al governo, è cosa ben difficile, perché a quel punto la responsabilità sarà solo nostra.
È meglio affrettarsi, e lasciar perdere per un attimo quel noioso argomento di cui sentiamo parlare ogni giorno. Adesso che tutti noi conosciamo bene il volto della nostra rabbia, non ci resta che renderla costruttiva, o fra poco saremo tutti sudditi incatenati alla nostra stessa inettitudine.
Luca Atzori
Si tratta perlopiù di faccende che hanno a che fare con la prostituzione, con battute di cattivo gusto, con le risposte molto imbarazzanti che offre in dono a chi gli pone domande molto serie, insomma per ridurla all'osso, le ormai innumerevoli provocazioni.
Mi riferisco alle stesse che sono riuscite a diventare l'unica piattaforma di discussione in mano all' opposizione, la quale argomenta il tutto con un linguaggio goffamente serio, formale, indignato, e che ambirebbe a sensibilizzare sulla gravità delle affermazioni, del personaggio, delle sue azioni.
Il punto è che gli scandali non hanno fine, e hanno reso il cavaliere un fiero collezionista di contraddizioni, dissolutezze, libertinaggi degni di quelli raccontati in qualche scena di Pasolini.
Ma l'arma del moralismo non aiuta a risolvere un bel niente. Anzi, non è di certo andando a scomodare quegli scheletri negli armadi (che come vuole dimostrare non la politica ma la vita, ciascuno in fondo possiede, e che quindi diventano armi a doppio taglio).
Ciò che dovrebbe mettere più paura è il potere che questo signore concede a se stesso di raccontare freddure e passare da una nottata di gang bang a una giornata al family day.
Ma bisognerebbe andare oltre la paura stessa, e porsi nuove questioni:
Che cosa abbiamo noi fra le mani?
Che cosa possiamo proporre di nuovo? Abbiamo un programma in mente? Abbiamo un'idea chiara di quali siano i problemi che ci troviamo addosso in quanto italiani?
A ben pensarci non ci stiamo rendendo forse lontanamente conto di quanto si stia effettivamente svuotando tutta la nostra “immaginazione” di oppositori . Siamo vampirizzati da un personaggio politico (principalmente televisivo) che occupa quello spazio dove dovrebbero teoricamente muoversi i nostri argomenti, le nostre proposte, le nostre possibili risposte, nonché la nostra identità stessa.
Ritengo che oggigiorno il problema più importante stia proprio nell'opposizione, che non lavora affatto su se stessa, perché impigrita dal nemico, forse mossa dalla speranza segreta di occupare un giorno quel trono, senza domandarsi se gli italiani abbiano bisogno di nuovi monarchi, o abbiano bisogno piuttosto di risolvere i propri disagi (sempre più numerosi oltre che gravosi).
Bisognerà forse smettere una buona volta di occuparsi di faccende a metà fra il machiavellico e il disneyano, e iniziare a ragionare su quali siano i nostri propositi, quali le nostre esigenze, quali i nostri progetti, e creare una forma di governo alternativa dove attualmente è possibile trovare solo il deserto.
Rafforzare la sinistra, la destra? Ancorarsi a, e identificarsi con un passato che ci fa precipitare fra le pagine dei libri di storia?
Inutile dire che dietro a questo c'è evidentemente una tattica (consapevole o no, non importa) operata al fine di portare il sovrano a diventare l'unico argomento politico possibile, facendo semplicemente perdere tempo a quella parte della popolazione affascinata dal proprio rancore. Siamo ricaduti in quella malattia che rende tutto tristemente statico e autoreferenziale, dove si procede solo più per strategie.
Tutta la politica è oggi strategica, e serve a definire l'aspetto di sé stessa, mostrandosi solo più nella sua forma della rappresentanza.
Protestare contro le riforme scolastiche, contro la disoccupazione, contro la svalutazione della cultura, etc non basta più, a quanto pare. Bisogna districarsi da questo atteggiamento mirato solo ed esclusivamente alla distruzione dell'altra parte, o mossa dalla speranza di un ascolto impossibile. Qualora noi ci trovassimo davanti alla caduta di questo governo, avremmo qualcosa di pronto da proporre? Sapremmo muoverci nel vuoto?
Forse quando i problemi sono seri è più facile occuparsi solo ed esclusivamente del nemico, piuttosto che cercare soluzioni concrete. Forse non ci rendiamo conto che la nostra difficoltà è data da un problema essenziale: quella poca libertà che ancora ci resta, e che non sappiamo come utilizzare. Perché occuparsi dei problemi senza avere la comodità di un handicap come quello conferitoci dalla figura di uno spiritoso criminale al governo, è cosa ben difficile, perché a quel punto la responsabilità sarà solo nostra.
È meglio affrettarsi, e lasciar perdere per un attimo quel noioso argomento di cui sentiamo parlare ogni giorno. Adesso che tutti noi conosciamo bene il volto della nostra rabbia, non ci resta che renderla costruttiva, o fra poco saremo tutti sudditi incatenati alla nostra stessa inettitudine.
Luca Atzori
sabato 30 ottobre 2010
QUARTO DISCORSO DELL'ANTIUMANESIMO: L'INVIDIA
“Forse solo chi vuole s'infinita.” Montale
L'invidia è certamente uno dei sentimenti più filosofici che esistano.
Essa può essere costruttiva o distruttiva.
Nel secondo caso non si parla più di filosofia, ma più semplicemente di un sentimento mediocre che esteso a livelli più ampi diventa il carburante di quella porcheria che siamo soliti definire politica.
E' il caso di chi non potendo ottenere ciò che vorrebbe, decide di distruggerlo, in maniera da non essere più costretto a sopportarne il peso del desiderio. Restando alla politica possiamo prendere come esempio il rivoluzionario (di Destra, come di Sinistra) che non contento dello stato di cose in cui vive decide di cancellarlo per metterne in atto uno diverso ma identico, conservando per ciò stesso la verità triste e paradossale da cui si è eternamente partiti.
Nel primo caso, si prende invece in considerazione il motore che porta a muoversi verso la conoscenza.
Se Aristotele diceva che la meraviglia genera desiderio di conoscenza, l'invidia è il carro sopra il quale ci si muove per arrivarci.
Desiderare, in questo caso, implica uno sforzo diretto innanzitutto al cambiamento, al mutamento di sé. Un allontanamento necessario, seguito però da puntuale ritorno.
Il filosofo è un figliol prodigo.
L'unico cambiamento che possa avvenire a livello sociale può essere effettuato su un piano ontologico.
Il punto è che invidiare costruttivamente non è semplice. Qualora si viva in un sistema che decide quel che si deve volere, l'oggetto d'invidia diventa lì fasullo, proprio perché sprovvisto di alcuna attinenza con quelle che sono le esigenze reali dell'individuo.
È necessario dunque che questo individuo diventi prima che emancipato, innanzitutto responsabile.
Qualora non avvenga invece alcun mutamento ontologico, si finisce per trovarsi davanti a parole e propositi ruotanti intorno a se stessi. Una presa di partito legata strettamente a questioni razionali e non reali, che possono spesso illuderci di indossare un'identità irrespirabile.
Si genera così più spesso il fenomeno della confusione del singolo con una massa priva di orientamento esistenziale, più simile a un gregge dove ciascuno cerca di occupare spazi ridotti e lo fa aggredendo chi gli sta accanto, nel tentativo disperato di giungere al possesso del verbo “primeggiare”.
Facendo questo vanno restringendosi lo spazio così come il tempo.
L'esistenza che dovrebbe seguire tale percorso legato sottilmente all'esperienza, più spesso rimane associata alle esigenze del breve consumo.
Ma questa è una faccenda che riguarda la massa, e a noi non interessa.
Ciò che dovrebbe riguardare ciascuno più da vicino, è piuttosto il conseguimento di una conoscenza che possa rendere possibile un miglioramento non solo a livello formale, ma anche reale.
Questo non è possibile però maturando sentimenti di odio, legati a tentazioni pigre e distruttive, rivendicatrici di quel complesso di difetti che costituiscono l'origine dei malesseri vari.
Detto ciò è necessario, ovviamente, andare in contrasto con il normale atto di sopravvalutazione che viene fatto nei confronti dell'avere a discapito dell'essere.
Il punto è che non c'è nessuno a cui si debba dimostrare nulla, e che, piuttosto, dal momento che la condizione umana insegna che la vita si muove sopra la parete colma di niente che è la libertà, e che non vi è altra sovrana oltre che la morte, tanto vale vivere ascoltando la voce che ci sussurra il nostro compito, senza ricercare consenso, ma facendolo per puro amore (posto al di là), eliminando l'illusione di cambiare un mondo che non esiste se non dentro noi stessi.
Il resto sono bugie, e le lasciamo agli altri invidiosi (coloro i quali credono).
Luca Atzori
L'invidia è certamente uno dei sentimenti più filosofici che esistano.
Essa può essere costruttiva o distruttiva.
Nel secondo caso non si parla più di filosofia, ma più semplicemente di un sentimento mediocre che esteso a livelli più ampi diventa il carburante di quella porcheria che siamo soliti definire politica.
E' il caso di chi non potendo ottenere ciò che vorrebbe, decide di distruggerlo, in maniera da non essere più costretto a sopportarne il peso del desiderio. Restando alla politica possiamo prendere come esempio il rivoluzionario (di Destra, come di Sinistra) che non contento dello stato di cose in cui vive decide di cancellarlo per metterne in atto uno diverso ma identico, conservando per ciò stesso la verità triste e paradossale da cui si è eternamente partiti.
Nel primo caso, si prende invece in considerazione il motore che porta a muoversi verso la conoscenza.
Se Aristotele diceva che la meraviglia genera desiderio di conoscenza, l'invidia è il carro sopra il quale ci si muove per arrivarci.
Desiderare, in questo caso, implica uno sforzo diretto innanzitutto al cambiamento, al mutamento di sé. Un allontanamento necessario, seguito però da puntuale ritorno.
Il filosofo è un figliol prodigo.
L'unico cambiamento che possa avvenire a livello sociale può essere effettuato su un piano ontologico.
Il punto è che invidiare costruttivamente non è semplice. Qualora si viva in un sistema che decide quel che si deve volere, l'oggetto d'invidia diventa lì fasullo, proprio perché sprovvisto di alcuna attinenza con quelle che sono le esigenze reali dell'individuo.
È necessario dunque che questo individuo diventi prima che emancipato, innanzitutto responsabile.
Qualora non avvenga invece alcun mutamento ontologico, si finisce per trovarsi davanti a parole e propositi ruotanti intorno a se stessi. Una presa di partito legata strettamente a questioni razionali e non reali, che possono spesso illuderci di indossare un'identità irrespirabile.
Si genera così più spesso il fenomeno della confusione del singolo con una massa priva di orientamento esistenziale, più simile a un gregge dove ciascuno cerca di occupare spazi ridotti e lo fa aggredendo chi gli sta accanto, nel tentativo disperato di giungere al possesso del verbo “primeggiare”.
Facendo questo vanno restringendosi lo spazio così come il tempo.
L'esistenza che dovrebbe seguire tale percorso legato sottilmente all'esperienza, più spesso rimane associata alle esigenze del breve consumo.
Ma questa è una faccenda che riguarda la massa, e a noi non interessa.
Ciò che dovrebbe riguardare ciascuno più da vicino, è piuttosto il conseguimento di una conoscenza che possa rendere possibile un miglioramento non solo a livello formale, ma anche reale.
Questo non è possibile però maturando sentimenti di odio, legati a tentazioni pigre e distruttive, rivendicatrici di quel complesso di difetti che costituiscono l'origine dei malesseri vari.
Detto ciò è necessario, ovviamente, andare in contrasto con il normale atto di sopravvalutazione che viene fatto nei confronti dell'avere a discapito dell'essere.
Il punto è che non c'è nessuno a cui si debba dimostrare nulla, e che, piuttosto, dal momento che la condizione umana insegna che la vita si muove sopra la parete colma di niente che è la libertà, e che non vi è altra sovrana oltre che la morte, tanto vale vivere ascoltando la voce che ci sussurra il nostro compito, senza ricercare consenso, ma facendolo per puro amore (posto al di là), eliminando l'illusione di cambiare un mondo che non esiste se non dentro noi stessi.
Il resto sono bugie, e le lasciamo agli altri invidiosi (coloro i quali credono).
Luca Atzori
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