L'arte contemporanea (oggi) porta in sé il difetto della sua stessa presunta contemporaneità, perché tutto quel che riesce a dimostrare è di essere un esempio perfetto di anacronismo. Le varie biennali di Venezia, insieme agli innumerevoli eventi che ruotano intorno alle novità dell'arte, sono esempio di un'ipertrofia di linguaggi, che nonostante l'accelerazione, la sofisticazione, la presunta complessità tematica che vogliono trattare, trasmettono sempre lo stesso medesimo vuoto, e offrono conferma della staticità globale nella quale risiedono.
Da diversi anni vediamo vagare nell'aria i nomi di Cattelan, Koons, Pistoletto, Abramovic, etc.
Uno appende i bambini impiccati agli alberi, o si presenta alla tesi di laurea vestito da asino, un altro fa palloncini a forma di cuore o ingaggia pornostar da usare come suppellettile, l'altro ancora spezza gli specchi, e l'altra passa ore a muoversi intorno a se stessa fino a stancarsi.
Quel che mi domando io è: che cosa hanno da comunicarci questi signori?
Prima di rispondere a questa domanda retorica (perché la risposta è “niente”) vorrei fare un piccolo quadro di quelle che sono state le avanguardie e quale il loro ruolo.
Nel novecento ci sono stati diversi movimenti artistici ( facenti parte appunto di quelle che vengono comunemente indicate come avanguardie storiche) che avevano come interesse principale quello di comunicare i loro contenuti attraverso la forma della loro espressione, facendo quindi una ricerca di stampo tecnico o espressivo, appunto. L'apice di questa ricerca, si può dire sia stato toccato da Duchamps, che con la sua opera “La Mariée mise à nu par ses célibataires, mêm “ ha inaugurato quella che è la fase concettuale dell'arte.
Il punto è che più avanti, i cosiddetti post-duchampiani (che meglio sarebbe definire post dushampisti) si sono rivelati eredi solo più della fuffa dadaista (che era allora mossa da una sincera esigenza di negazione) e non hanno considerato che per essere artisti bisogna possedere anche uno Spirito, e non solo la furberia, o la pretesa di un vago discorso sull'arte (oggi oltremodo inutile, oltre che niente affatto interessante).
Così vediamo tante opere, spesso noiose, e ammaliati dalla presunta serietà di queste ci facciamo catturare e per ciò stesso divorare.
Qual è il problema fondamentale in tutto ciò? Io ritengo che oggi nell'arte manchi totalmente qualsiasi interesse rivolto verso il contenuto vero e proprio, e ci si rivolga solo più alla forma, relegati ancora alla centralità dell' aspetto estetico, glaciale al punto che il gelo va a trasferirsi nelle esistenze stesse dei fruitori medesimi (collezionisti di giocattoli), affetti da una certa non so quale frigidità spirituale, dove l'occhio viene attirato da dettagli inutili, senza che qualcosa venga effettivamente detto.
L'arte oggi parla solo dell'arte, cioè del nulla.
Qualcuno sostiene che non ci sia nulla da comunicare. Chiaro, questo è l'attuale stato di cose nell'era cosiddetta postmoderna, perché ci tocca vivere in un mondo che intende dire anzi addio alla comunicazione, e da il benvenuto alla crescente ipertrofia di informazioni mettendo il tappetino pronto per la passeggiata del panico generalizzato.
Ma quello che al massimo si può guadagnare visitando una bella mostra, è (se si è fortunati) un' emozioncina, magari positiva, magari negativa, ma rigorosamente vuota, anzi quasi determinante a una presa di coscienza fine a se stessa, immobilizzante.
Gli artisti o sono interessati a vendere e quindi pronti a trovare sempre nuovi metodi per stupire, scandalizzare, investendo quei soldi che avevano guadagnato nella mostra precedente (sostanzialmente paragonabili a normalissimi imprenditori) oppure ti vengono a dire che lo fanno per passione, e magari si accontentano di poco, accettano di farlo come secondo lavoro, trovano un temino da affrontare e sviluppare e vanno avanti così fino a che non si stancano, perché “ero artista perché è bello, perché si scopa”.
Il punto è che si è giunti a questo, perché oggi pare essere diventato puerile indicare l'arte come un mestiere.
Forse in realtà da sempre la maggior parte dell' arte è stata solo spazzatura, gli artisti cortigiani, e va bene, nulla è cambiato.
Però proprio oggi che l'arte è così diffusa, è ancora più lampante l'aspettativa primaria che riponiamo in essa, e non pretendiamo chissà quale miracolo: ci aspettiamo banalmente che essa ci dica qualcosa.
Il punto è che solo chi ha veramente qualcosa da dire, può permettersi di farlo. Chi decide se una persona possa dire o meno qualcosa?
L' urgenza. Che poi si serva di tutti i mezzi che vuole (e detto francamente può anche arrivare a soluzioni raffazzonate).
Invece siamo alle solite, il solito deserto.
Bisognerà capire che finché nel mondo dell'arte si andrà avanti con questa gara a chi ottiene il primato dell'arricchito fannullone, al di là del guadagno economico e una simpatica pacca sulle spalle non si otterrà di certo nient'altro.
È necessario mettere lo Spirito al di sopra dell'economia e del cieco piano materiale sul quale si muovono questi mercenari votati alla idolatria del nulla.
Abbiamo bisogno che qualcuno ci dica qualcosa. Non è necessario oggi sovraccaricarsi di nozioni, spesso solo deleterie, ma piuttosto bisogna muoversi nel mondo con l'attenzione che si avrebbe restando in equilibrio sopra una zattera, alla ricerca di una voce che muova un grido che si distingua fra quello dei canti innumerevoli di queste migliaia di sirene.
Non abbiamo più bisogno di allucinazioni, chiediamo realtà.
Luca Atzori
mercoledì 10 novembre 2010
giovedì 4 novembre 2010
DOLLS
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L'opera al nero di Tania Bocchino
di Luca Atzori
L'opera al nero apre una serie di mostre fotografiche (su tela) che porteranno nell'insieme il nome di dolls.
L'artista è Tania Bocchino, vive nel canavese ed è mossa dall'esigenza di conoscere quell'universo a tratti ineffabile che è quello del corpo. Forse in lei è accentuato l'interesse a causa di un disagio motorio (che non si presenta certo come un ostacolo per le sensazioni).
Il corpo occupa per Tania un posto liminare fra il mondo interno e quello esterno, e per questo è forse il principale strumento di conoscenza. Ogni esperienza deriva da quelle sensazioni che sono raccolte sulla nostra pelle, nelle nostre viscere. L'esperienza che è senza dubbio l'origine, e non il fine.
Da ciò deriva il titolo della prima serie di opere, le quali si richiamano alla prima fase del processo alchemico conosciuta anche come nigredo, ovvero quella fase dove per la creazione di una sostanza perfetta si inizia dalla materia grezza, il piombo che diventa oro, .
Tutta la storia dell'arte è costellata dal tema della religione.
L'arte è sempre stata ricettacolo di tutta la simbologia sacra, che è poi la sede significante più immediata e diretta al nostro inconscio.
Quello che Tania si propone di illustrare è il parallelismo fra la vita di Cristo e quella di ogni uomo. O meglio si potrebbe pensare a quanto in ciascuno di noi ci sia la potenzialità di una semidivinità.
Questa serie di tele la si potrebbe intendere, più precisamente, come una narrazione di quel mito gnostico che è quello del Cristo Sophia.
Sophia è una figura che compare anche nell'antico testamento (salmi, libro dei profeti) l'apocrifo Saggezza di Salomone. Nel cristianesimo è diventata la parte femminile di Cristo (e non a caso messa in secondo piano).
Il tema attorno cui ruota l'arte di Tania è propriamente quello del femminino sacro.
La serie dell'opera al nero inizia infatti con un'opera intitolata Kosmokrator che sta a indicare l'utero femminile, afferrato da Tania in seguito ad una considerazione di matrice gnostica, che considerava la Natura come mera identificazione della Donna. L'utero della natura è appunto quel “kosmokrator” generatore di cosmo. Da qui la rappresentazione del corpo femminile come immagine microcosmica del tutto.
Così come in Eucarestia, Memoria di me e INRI, o Deposizione, Compianto, dove quella che viene rappresentata è proprio la passione di Cristo, quindi il momento della morte, e successivamente l'inizio della putrefazione, dove vengono rappresentati però solo ed esclusivamente soggetti femminili.
La figura di Cristo che viene messa in mostra è evidentemente di derivazione pagana. Anzi qui Tania vuole mostrarci in particolar modo quanto di pagano ci sia in tutte quelle azioni, cerimonie, icone, credenze con le quali la maggior parte di noi è cresciuto.
A differenza della comune concezione cattolica, il corpo viene pensato come veicolo di liberazione e non come mera prigione. Forse potremmo addirittura considerare che sia l'anima stessa la prigione del corpo e non viceversa, e anche perché quella che andiamo ricercando (a partire dalla prima fase dell'opera al nero) è proprio l'unificazione con l'universo, la totale unità fra l'alto e il basso (quod est inferius est sicut quod est superior). L'anima è in fondo tutto il nostro campo visivo, comprendente per ciò stesso il nostro tessuto simbolico dentro il quale siamo rinchiusi, e dal quale ci dovremmo liberare (e per questo Cristo viene visto come un esempio).
Tania Bocchino è un'attenta lettrice di Camille Paglia, scrittrice americana la quale ha considerato nel suo saggio Sexual personae (C. Paglia, Sexual Personae: The Androgyne in Literature and Art, tesi di dottorato, 1974) la figura della donna come sancta sanctorium della Natura, (nel caso dell'uomo, invece, della Cultura). Non si tratta ovviamente di semplice femminismo a buon mercato, ma piuttosto di una forma di femminismo così come di maschilismo che potrebbero definirsi ante litteram, dove ciascuno coglie il proprio ruolo e il proprio posto.
Ma come in un caleidoscopio, dentro l'opera di Tania possono essere scovate diverse chiavi di lettura. Quella più immediata è, forse, la più importante ed è quella concernente l'erotismo, come realtà del desiderio, ma soprattutto delle dinamiche universali stesse. L'uomo che con la sua ragione vorrebbe mettere ordine nel caos femminile. E l'amore, come un ritorno nel grembo originario, come ritorno al calore, all'origine, alla protezione.
Sarà forse anche per questo che Bataille avrebbe detto che “l'erotismo è l'approvazione della vita fin dentro la morte”.
(G. Bataille, L'erostismo, 1957).
martedì 2 novembre 2010
NON NOMINATE IL TIRANNO INVANO
Noto con particolare sgomento, che da un po' di tempo a questa parte, non si fa altro che tirar fuori uno scandalo diverso al giorno, dove puntualmente vi è implicato quel curioso personaggio che è il nostro premier.
Si tratta perlopiù di faccende che hanno a che fare con la prostituzione, con battute di cattivo gusto, con le risposte molto imbarazzanti che offre in dono a chi gli pone domande molto serie, insomma per ridurla all'osso, le ormai innumerevoli provocazioni.
Mi riferisco alle stesse che sono riuscite a diventare l'unica piattaforma di discussione in mano all' opposizione, la quale argomenta il tutto con un linguaggio goffamente serio, formale, indignato, e che ambirebbe a sensibilizzare sulla gravità delle affermazioni, del personaggio, delle sue azioni.
Il punto è che gli scandali non hanno fine, e hanno reso il cavaliere un fiero collezionista di contraddizioni, dissolutezze, libertinaggi degni di quelli raccontati in qualche scena di Pasolini.
Ma l'arma del moralismo non aiuta a risolvere un bel niente. Anzi, non è di certo andando a scomodare quegli scheletri negli armadi (che come vuole dimostrare non la politica ma la vita, ciascuno in fondo possiede, e che quindi diventano armi a doppio taglio).
Ciò che dovrebbe mettere più paura è il potere che questo signore concede a se stesso di raccontare freddure e passare da una nottata di gang bang a una giornata al family day.
Ma bisognerebbe andare oltre la paura stessa, e porsi nuove questioni:
Che cosa abbiamo noi fra le mani?
Che cosa possiamo proporre di nuovo? Abbiamo un programma in mente? Abbiamo un'idea chiara di quali siano i problemi che ci troviamo addosso in quanto italiani?
A ben pensarci non ci stiamo rendendo forse lontanamente conto di quanto si stia effettivamente svuotando tutta la nostra “immaginazione” di oppositori . Siamo vampirizzati da un personaggio politico (principalmente televisivo) che occupa quello spazio dove dovrebbero teoricamente muoversi i nostri argomenti, le nostre proposte, le nostre possibili risposte, nonché la nostra identità stessa.
Ritengo che oggigiorno il problema più importante stia proprio nell'opposizione, che non lavora affatto su se stessa, perché impigrita dal nemico, forse mossa dalla speranza segreta di occupare un giorno quel trono, senza domandarsi se gli italiani abbiano bisogno di nuovi monarchi, o abbiano bisogno piuttosto di risolvere i propri disagi (sempre più numerosi oltre che gravosi).
Bisognerà forse smettere una buona volta di occuparsi di faccende a metà fra il machiavellico e il disneyano, e iniziare a ragionare su quali siano i nostri propositi, quali le nostre esigenze, quali i nostri progetti, e creare una forma di governo alternativa dove attualmente è possibile trovare solo il deserto.
Rafforzare la sinistra, la destra? Ancorarsi a, e identificarsi con un passato che ci fa precipitare fra le pagine dei libri di storia?
Inutile dire che dietro a questo c'è evidentemente una tattica (consapevole o no, non importa) operata al fine di portare il sovrano a diventare l'unico argomento politico possibile, facendo semplicemente perdere tempo a quella parte della popolazione affascinata dal proprio rancore. Siamo ricaduti in quella malattia che rende tutto tristemente statico e autoreferenziale, dove si procede solo più per strategie.
Tutta la politica è oggi strategica, e serve a definire l'aspetto di sé stessa, mostrandosi solo più nella sua forma della rappresentanza.
Protestare contro le riforme scolastiche, contro la disoccupazione, contro la svalutazione della cultura, etc non basta più, a quanto pare. Bisogna districarsi da questo atteggiamento mirato solo ed esclusivamente alla distruzione dell'altra parte, o mossa dalla speranza di un ascolto impossibile. Qualora noi ci trovassimo davanti alla caduta di questo governo, avremmo qualcosa di pronto da proporre? Sapremmo muoverci nel vuoto?
Forse quando i problemi sono seri è più facile occuparsi solo ed esclusivamente del nemico, piuttosto che cercare soluzioni concrete. Forse non ci rendiamo conto che la nostra difficoltà è data da un problema essenziale: quella poca libertà che ancora ci resta, e che non sappiamo come utilizzare. Perché occuparsi dei problemi senza avere la comodità di un handicap come quello conferitoci dalla figura di uno spiritoso criminale al governo, è cosa ben difficile, perché a quel punto la responsabilità sarà solo nostra.
È meglio affrettarsi, e lasciar perdere per un attimo quel noioso argomento di cui sentiamo parlare ogni giorno. Adesso che tutti noi conosciamo bene il volto della nostra rabbia, non ci resta che renderla costruttiva, o fra poco saremo tutti sudditi incatenati alla nostra stessa inettitudine.
Luca Atzori
Si tratta perlopiù di faccende che hanno a che fare con la prostituzione, con battute di cattivo gusto, con le risposte molto imbarazzanti che offre in dono a chi gli pone domande molto serie, insomma per ridurla all'osso, le ormai innumerevoli provocazioni.
Mi riferisco alle stesse che sono riuscite a diventare l'unica piattaforma di discussione in mano all' opposizione, la quale argomenta il tutto con un linguaggio goffamente serio, formale, indignato, e che ambirebbe a sensibilizzare sulla gravità delle affermazioni, del personaggio, delle sue azioni.
Il punto è che gli scandali non hanno fine, e hanno reso il cavaliere un fiero collezionista di contraddizioni, dissolutezze, libertinaggi degni di quelli raccontati in qualche scena di Pasolini.
Ma l'arma del moralismo non aiuta a risolvere un bel niente. Anzi, non è di certo andando a scomodare quegli scheletri negli armadi (che come vuole dimostrare non la politica ma la vita, ciascuno in fondo possiede, e che quindi diventano armi a doppio taglio).
Ciò che dovrebbe mettere più paura è il potere che questo signore concede a se stesso di raccontare freddure e passare da una nottata di gang bang a una giornata al family day.
Ma bisognerebbe andare oltre la paura stessa, e porsi nuove questioni:
Che cosa abbiamo noi fra le mani?
Che cosa possiamo proporre di nuovo? Abbiamo un programma in mente? Abbiamo un'idea chiara di quali siano i problemi che ci troviamo addosso in quanto italiani?
A ben pensarci non ci stiamo rendendo forse lontanamente conto di quanto si stia effettivamente svuotando tutta la nostra “immaginazione” di oppositori . Siamo vampirizzati da un personaggio politico (principalmente televisivo) che occupa quello spazio dove dovrebbero teoricamente muoversi i nostri argomenti, le nostre proposte, le nostre possibili risposte, nonché la nostra identità stessa.
Ritengo che oggigiorno il problema più importante stia proprio nell'opposizione, che non lavora affatto su se stessa, perché impigrita dal nemico, forse mossa dalla speranza segreta di occupare un giorno quel trono, senza domandarsi se gli italiani abbiano bisogno di nuovi monarchi, o abbiano bisogno piuttosto di risolvere i propri disagi (sempre più numerosi oltre che gravosi).
Bisognerà forse smettere una buona volta di occuparsi di faccende a metà fra il machiavellico e il disneyano, e iniziare a ragionare su quali siano i nostri propositi, quali le nostre esigenze, quali i nostri progetti, e creare una forma di governo alternativa dove attualmente è possibile trovare solo il deserto.
Rafforzare la sinistra, la destra? Ancorarsi a, e identificarsi con un passato che ci fa precipitare fra le pagine dei libri di storia?
Inutile dire che dietro a questo c'è evidentemente una tattica (consapevole o no, non importa) operata al fine di portare il sovrano a diventare l'unico argomento politico possibile, facendo semplicemente perdere tempo a quella parte della popolazione affascinata dal proprio rancore. Siamo ricaduti in quella malattia che rende tutto tristemente statico e autoreferenziale, dove si procede solo più per strategie.
Tutta la politica è oggi strategica, e serve a definire l'aspetto di sé stessa, mostrandosi solo più nella sua forma della rappresentanza.
Protestare contro le riforme scolastiche, contro la disoccupazione, contro la svalutazione della cultura, etc non basta più, a quanto pare. Bisogna districarsi da questo atteggiamento mirato solo ed esclusivamente alla distruzione dell'altra parte, o mossa dalla speranza di un ascolto impossibile. Qualora noi ci trovassimo davanti alla caduta di questo governo, avremmo qualcosa di pronto da proporre? Sapremmo muoverci nel vuoto?
Forse quando i problemi sono seri è più facile occuparsi solo ed esclusivamente del nemico, piuttosto che cercare soluzioni concrete. Forse non ci rendiamo conto che la nostra difficoltà è data da un problema essenziale: quella poca libertà che ancora ci resta, e che non sappiamo come utilizzare. Perché occuparsi dei problemi senza avere la comodità di un handicap come quello conferitoci dalla figura di uno spiritoso criminale al governo, è cosa ben difficile, perché a quel punto la responsabilità sarà solo nostra.
È meglio affrettarsi, e lasciar perdere per un attimo quel noioso argomento di cui sentiamo parlare ogni giorno. Adesso che tutti noi conosciamo bene il volto della nostra rabbia, non ci resta che renderla costruttiva, o fra poco saremo tutti sudditi incatenati alla nostra stessa inettitudine.
Luca Atzori
sabato 30 ottobre 2010
QUARTO DISCORSO DELL'ANTIUMANESIMO: L'INVIDIA
“Forse solo chi vuole s'infinita.” Montale
L'invidia è certamente uno dei sentimenti più filosofici che esistano.
Essa può essere costruttiva o distruttiva.
Nel secondo caso non si parla più di filosofia, ma più semplicemente di un sentimento mediocre che esteso a livelli più ampi diventa il carburante di quella porcheria che siamo soliti definire politica.
E' il caso di chi non potendo ottenere ciò che vorrebbe, decide di distruggerlo, in maniera da non essere più costretto a sopportarne il peso del desiderio. Restando alla politica possiamo prendere come esempio il rivoluzionario (di Destra, come di Sinistra) che non contento dello stato di cose in cui vive decide di cancellarlo per metterne in atto uno diverso ma identico, conservando per ciò stesso la verità triste e paradossale da cui si è eternamente partiti.
Nel primo caso, si prende invece in considerazione il motore che porta a muoversi verso la conoscenza.
Se Aristotele diceva che la meraviglia genera desiderio di conoscenza, l'invidia è il carro sopra il quale ci si muove per arrivarci.
Desiderare, in questo caso, implica uno sforzo diretto innanzitutto al cambiamento, al mutamento di sé. Un allontanamento necessario, seguito però da puntuale ritorno.
Il filosofo è un figliol prodigo.
L'unico cambiamento che possa avvenire a livello sociale può essere effettuato su un piano ontologico.
Il punto è che invidiare costruttivamente non è semplice. Qualora si viva in un sistema che decide quel che si deve volere, l'oggetto d'invidia diventa lì fasullo, proprio perché sprovvisto di alcuna attinenza con quelle che sono le esigenze reali dell'individuo.
È necessario dunque che questo individuo diventi prima che emancipato, innanzitutto responsabile.
Qualora non avvenga invece alcun mutamento ontologico, si finisce per trovarsi davanti a parole e propositi ruotanti intorno a se stessi. Una presa di partito legata strettamente a questioni razionali e non reali, che possono spesso illuderci di indossare un'identità irrespirabile.
Si genera così più spesso il fenomeno della confusione del singolo con una massa priva di orientamento esistenziale, più simile a un gregge dove ciascuno cerca di occupare spazi ridotti e lo fa aggredendo chi gli sta accanto, nel tentativo disperato di giungere al possesso del verbo “primeggiare”.
Facendo questo vanno restringendosi lo spazio così come il tempo.
L'esistenza che dovrebbe seguire tale percorso legato sottilmente all'esperienza, più spesso rimane associata alle esigenze del breve consumo.
Ma questa è una faccenda che riguarda la massa, e a noi non interessa.
Ciò che dovrebbe riguardare ciascuno più da vicino, è piuttosto il conseguimento di una conoscenza che possa rendere possibile un miglioramento non solo a livello formale, ma anche reale.
Questo non è possibile però maturando sentimenti di odio, legati a tentazioni pigre e distruttive, rivendicatrici di quel complesso di difetti che costituiscono l'origine dei malesseri vari.
Detto ciò è necessario, ovviamente, andare in contrasto con il normale atto di sopravvalutazione che viene fatto nei confronti dell'avere a discapito dell'essere.
Il punto è che non c'è nessuno a cui si debba dimostrare nulla, e che, piuttosto, dal momento che la condizione umana insegna che la vita si muove sopra la parete colma di niente che è la libertà, e che non vi è altra sovrana oltre che la morte, tanto vale vivere ascoltando la voce che ci sussurra il nostro compito, senza ricercare consenso, ma facendolo per puro amore (posto al di là), eliminando l'illusione di cambiare un mondo che non esiste se non dentro noi stessi.
Il resto sono bugie, e le lasciamo agli altri invidiosi (coloro i quali credono).
Luca Atzori
L'invidia è certamente uno dei sentimenti più filosofici che esistano.
Essa può essere costruttiva o distruttiva.
Nel secondo caso non si parla più di filosofia, ma più semplicemente di un sentimento mediocre che esteso a livelli più ampi diventa il carburante di quella porcheria che siamo soliti definire politica.
E' il caso di chi non potendo ottenere ciò che vorrebbe, decide di distruggerlo, in maniera da non essere più costretto a sopportarne il peso del desiderio. Restando alla politica possiamo prendere come esempio il rivoluzionario (di Destra, come di Sinistra) che non contento dello stato di cose in cui vive decide di cancellarlo per metterne in atto uno diverso ma identico, conservando per ciò stesso la verità triste e paradossale da cui si è eternamente partiti.
Nel primo caso, si prende invece in considerazione il motore che porta a muoversi verso la conoscenza.
Se Aristotele diceva che la meraviglia genera desiderio di conoscenza, l'invidia è il carro sopra il quale ci si muove per arrivarci.
Desiderare, in questo caso, implica uno sforzo diretto innanzitutto al cambiamento, al mutamento di sé. Un allontanamento necessario, seguito però da puntuale ritorno.
Il filosofo è un figliol prodigo.
L'unico cambiamento che possa avvenire a livello sociale può essere effettuato su un piano ontologico.
Il punto è che invidiare costruttivamente non è semplice. Qualora si viva in un sistema che decide quel che si deve volere, l'oggetto d'invidia diventa lì fasullo, proprio perché sprovvisto di alcuna attinenza con quelle che sono le esigenze reali dell'individuo.
È necessario dunque che questo individuo diventi prima che emancipato, innanzitutto responsabile.
Qualora non avvenga invece alcun mutamento ontologico, si finisce per trovarsi davanti a parole e propositi ruotanti intorno a se stessi. Una presa di partito legata strettamente a questioni razionali e non reali, che possono spesso illuderci di indossare un'identità irrespirabile.
Si genera così più spesso il fenomeno della confusione del singolo con una massa priva di orientamento esistenziale, più simile a un gregge dove ciascuno cerca di occupare spazi ridotti e lo fa aggredendo chi gli sta accanto, nel tentativo disperato di giungere al possesso del verbo “primeggiare”.
Facendo questo vanno restringendosi lo spazio così come il tempo.
L'esistenza che dovrebbe seguire tale percorso legato sottilmente all'esperienza, più spesso rimane associata alle esigenze del breve consumo.
Ma questa è una faccenda che riguarda la massa, e a noi non interessa.
Ciò che dovrebbe riguardare ciascuno più da vicino, è piuttosto il conseguimento di una conoscenza che possa rendere possibile un miglioramento non solo a livello formale, ma anche reale.
Questo non è possibile però maturando sentimenti di odio, legati a tentazioni pigre e distruttive, rivendicatrici di quel complesso di difetti che costituiscono l'origine dei malesseri vari.
Detto ciò è necessario, ovviamente, andare in contrasto con il normale atto di sopravvalutazione che viene fatto nei confronti dell'avere a discapito dell'essere.
Il punto è che non c'è nessuno a cui si debba dimostrare nulla, e che, piuttosto, dal momento che la condizione umana insegna che la vita si muove sopra la parete colma di niente che è la libertà, e che non vi è altra sovrana oltre che la morte, tanto vale vivere ascoltando la voce che ci sussurra il nostro compito, senza ricercare consenso, ma facendolo per puro amore (posto al di là), eliminando l'illusione di cambiare un mondo che non esiste se non dentro noi stessi.
Il resto sono bugie, e le lasciamo agli altri invidiosi (coloro i quali credono).
Luca Atzori
giovedì 14 ottobre 2010
MAD PRIDE
"Fabbricare fabbricare fabbricare
Preferisco il rumore del mare..."
Dino Campana
Mad pride è un'organizzazione che vuole rivendicare la libertà che ciascuno ha di portare con sé l'araldo del proprio disagio psichico, senza essere per questo emarginato, né sedato, né rinchiuso e via discorrendo.
Mad pride crede che attraverso la malattia psichica si renda manifesta l'effettiva condizione esistenziale propria dell'individuo che ne è affetto, e la sua relazione con il mondo intorno (di cui egli stesso è specchio).
Il delirio dello schizofrenico, la condizione del depresso, il disturbo bipolare etc sono forme di verità possibili le quali compaiono nella mente dell' essere umano, il quale gettato in una certa realtà dove imperano elementi non propriamente accordati con la sensibilità (che è principio di tutto), si ritrova a crearne una alternativa, portandosi verso il paradosso di una disperazione di difficile sopportazione.
Il rimedio che viene offerto loro è la psichiatria, una scienza nata dal nulla che classifica in maniera statistica ogni tipo di particolare sensibilità denominandola e racchiudendola in un insieme, e dunque fornendo la cura farmacologica che approssimativamente viene usata per questa o quell'altra forma di malessere.
Mad pride vuole l'abolizione dello psicofarmaco, una truffa vera e propria, che non serve assolutamente a risolvere alcun problema, ma aiuta semplicemente ad addormentarlo. Somministrare psicofarmaci è il modo migliore per ostacolare il percorso di una persona e mettere da parte ogni speranza di soluzione di problemi.
La normalità, non c'è bisogno di dirlo, impera dove non si generano troppi dubbi, e tutto è passibile di controllo.
Quello che Mad pride si prefigge di raggiungere, è non solo una dichiarazione dei diritti del pazzo, ma anche e soprattutto la conquista dell' orgoglio. Troppo spesso capita di essere costretti a doversi adeguare a una realtà che non è e mai sarà nostra, dovendo perciò mettere in atto un processo autolesionistico dove a tutto viene dato importanza, meno che alla vera responsabilità individuale.
Il pazzo non è irresponsabile per natura, egli lo è perché non gli viene offerta nemmeno la possibilità di una qualsivoglia responsabilità.
Non si fraintenda però, qui non si vuole certo fare un'apologia del malessere, ma piuttosto considerare questo non come parte di una condizione da considerarsi nella sua mera negatività, ma come una reazione a un mondo che diventa sempre più disumano, e che obbliga gli uomini a vivere in condizioni di cattività permanente.
Bisogna oltremodo considerare che a decidere chi sia il malato mentale è sempre una figura di potere, e il potere si sa, non ha bisogno di un danno effettivo per imprigionare o rinchiudere, gli basta decidere apriori di mutare la sua innocenza o sanità in colpevolezza o pazzia, così per avere il diritto di decidere sulla vita di una persona.
Basti ad essere considerato assurdo il fatto che ci siano persone (spesso elevatamente mediocri) che decidano sopra le sorti di altre.
Mad pride vuole che il pazzo possa diventare orgoglioso di essere tale, e che possa ricavare da sé la forza di trovare una felicità non indotta in maniera coatta, ma conquistata attraverso un percorso necessario che porti rispetto prima di tutto verso la sfera umana, alla stessa responsabilità dell' individuo.
Mad pride vuole inoltre iniziare una lotta contro il primato della produzione, che diventa il fine di ogni esistenza, e per ciò stesso ne è l'annullamento.
Mad pride crede che in ogni delirio ci sia una verità potenziale della coscienza, e che ogni forma di emarginazione sia l'origine del vero malessere.
Mad pride ha una missione principale: che nessuno più si vergogni né di essere pazzo né di rendere manifesto il proprio delirio, e che tutto ciò venga fatto con profondo orgoglio, e diventi anzi oggetto di serio interesse, poiché la follia da sempre è stata la porta d'entrata di ogni risveglio (concetto ingombrante in una civiltà assonnata e narcotizzata come quella in cui viviamo).
Mad pride crede che l'unico sentiero che porti alla felicità, sia la libertà (quella vera, e spesso scomoda, fino a diventare anche appena faticosa).
Luca Atzori
Preferisco il rumore del mare..."
Dino Campana
Mad pride è un'organizzazione che vuole rivendicare la libertà che ciascuno ha di portare con sé l'araldo del proprio disagio psichico, senza essere per questo emarginato, né sedato, né rinchiuso e via discorrendo.
Mad pride crede che attraverso la malattia psichica si renda manifesta l'effettiva condizione esistenziale propria dell'individuo che ne è affetto, e la sua relazione con il mondo intorno (di cui egli stesso è specchio).
Il delirio dello schizofrenico, la condizione del depresso, il disturbo bipolare etc sono forme di verità possibili le quali compaiono nella mente dell' essere umano, il quale gettato in una certa realtà dove imperano elementi non propriamente accordati con la sensibilità (che è principio di tutto), si ritrova a crearne una alternativa, portandosi verso il paradosso di una disperazione di difficile sopportazione.
Il rimedio che viene offerto loro è la psichiatria, una scienza nata dal nulla che classifica in maniera statistica ogni tipo di particolare sensibilità denominandola e racchiudendola in un insieme, e dunque fornendo la cura farmacologica che approssimativamente viene usata per questa o quell'altra forma di malessere.
Mad pride vuole l'abolizione dello psicofarmaco, una truffa vera e propria, che non serve assolutamente a risolvere alcun problema, ma aiuta semplicemente ad addormentarlo. Somministrare psicofarmaci è il modo migliore per ostacolare il percorso di una persona e mettere da parte ogni speranza di soluzione di problemi.
La normalità, non c'è bisogno di dirlo, impera dove non si generano troppi dubbi, e tutto è passibile di controllo.
Quello che Mad pride si prefigge di raggiungere, è non solo una dichiarazione dei diritti del pazzo, ma anche e soprattutto la conquista dell' orgoglio. Troppo spesso capita di essere costretti a doversi adeguare a una realtà che non è e mai sarà nostra, dovendo perciò mettere in atto un processo autolesionistico dove a tutto viene dato importanza, meno che alla vera responsabilità individuale.
Il pazzo non è irresponsabile per natura, egli lo è perché non gli viene offerta nemmeno la possibilità di una qualsivoglia responsabilità.
Non si fraintenda però, qui non si vuole certo fare un'apologia del malessere, ma piuttosto considerare questo non come parte di una condizione da considerarsi nella sua mera negatività, ma come una reazione a un mondo che diventa sempre più disumano, e che obbliga gli uomini a vivere in condizioni di cattività permanente.
Bisogna oltremodo considerare che a decidere chi sia il malato mentale è sempre una figura di potere, e il potere si sa, non ha bisogno di un danno effettivo per imprigionare o rinchiudere, gli basta decidere apriori di mutare la sua innocenza o sanità in colpevolezza o pazzia, così per avere il diritto di decidere sulla vita di una persona.
Basti ad essere considerato assurdo il fatto che ci siano persone (spesso elevatamente mediocri) che decidano sopra le sorti di altre.
Mad pride vuole che il pazzo possa diventare orgoglioso di essere tale, e che possa ricavare da sé la forza di trovare una felicità non indotta in maniera coatta, ma conquistata attraverso un percorso necessario che porti rispetto prima di tutto verso la sfera umana, alla stessa responsabilità dell' individuo.
Mad pride vuole inoltre iniziare una lotta contro il primato della produzione, che diventa il fine di ogni esistenza, e per ciò stesso ne è l'annullamento.
Mad pride crede che in ogni delirio ci sia una verità potenziale della coscienza, e che ogni forma di emarginazione sia l'origine del vero malessere.
Mad pride ha una missione principale: che nessuno più si vergogni né di essere pazzo né di rendere manifesto il proprio delirio, e che tutto ciò venga fatto con profondo orgoglio, e diventi anzi oggetto di serio interesse, poiché la follia da sempre è stata la porta d'entrata di ogni risveglio (concetto ingombrante in una civiltà assonnata e narcotizzata come quella in cui viviamo).
Mad pride crede che l'unico sentiero che porti alla felicità, sia la libertà (quella vera, e spesso scomoda, fino a diventare anche appena faticosa).
Luca Atzori
martedì 5 ottobre 2010
C. JEMULO
La musica anti-idiomatica
di Luca Atzori
Quando si parla di generi musicali più complessi come il jazz, o la fusion, è facile andare incontro a un fenomeno tanto diffuso e naturalizzato, quanto irritante, che è quello della valorizzazione della sola performance . I commenti che seguono a certe jam session sono spesso rivolti alla velocità con cui il musicista muove la mano, o alla conoscenza delle scale, così tutto l'insieme di elementi tecnici contribuiscono a rendere l'aspetto artistico più carente, (addirittura irrilevante) gonfiando l'ignoranza degli ascoltatori.
Non bisogna trascurare poi, tutta la mole di musica destinata al mercato, che risulta ricoprire un ruolo di ornamento della propaganda, che nell'era della cosiddetta “riproducibilità tecnica” può essere ritenuto come valore imperante.
Esiste però un filone musicale che prende a carico il compito di andare oltre questi principi (assegnati da chissà quale subdola e ineffabile entità legiferante), ed è quello della musica anti idiomatica.
Un esempio a Torino è Chris Iemulo, nato a Siracusa nel 1978, laureato presso il DAMS di Bologna e attivo in campo musicale da quasi vent'anni (durante i quali ha studiato con personalità come Carlo Muratori, Phil Singer, Markus Stockhausen etc).
Si può dire che Chris Iemulo abbia iniziato a distanziarsi da una certa tradizione che concerne la musica occidentale, la quale si vede circoscritta entro certi schemi, chiusa nell'unica possibilità tonale e limitata a sole dodici note, facendo un salto indietro di trecento anni e cercando di ripercorrere quella strada iniziata da compositori come Schoenberg, Webern, Stockhausen, e che si dirigeva oltre le barriere del temperamento equabile.
Tanto la musica pop quanto quella più ricercata, difatti, rientrano sempre entro le categorie gestaltiche dell'insieme che deve risultare armonico e sequenziale.
Quando si viene a contatto con la musica di Chris Iemulo si può avere invece la prima impressione di non capirci nulla, seppure la musica anti-idiomatica, paradossalmente, si ponga un obiettivo contrario, ovvero quello di generare nuove variazioni che riescano a distogliere l'attenzione dalla tecnica, e che siano lungi dunque dal desiderio di provocare stupore in chi ascolta.
La musica anti-idiomatica è oltremodo (e anche qui paradossalmente) idiomatica, ma in senso negativo, perché raccoglie in sé tutti gli idiomi. La sua concezione della musica va oltre quella propriamente illuministica. Potrebbe essere accostata, per la sua estemporaneità, a quel movimento artistico d'avanguardia nato negli anni sessanta che portava il nome di Fluxus, perché non è in fondo altro che uno stream of consciousness, che però non cade mai nella tentazione di affondare ad ogni costo in una cultura del brutto (via semplicistica, e battuta da molti).
Chris Iemulo sta attualmente suonando con un Ensemble collettivo che si pone come fine quello di valorizzare una visione comunitaria dell'arte, dove anche l'individuo trovi il proprio spazio e al contempo, attraverso l'improvvisazione, riesca a sfruttare le potenzialità musicali degli strumenti nonché creative personali, cercando di concretizzare una musica fondata principalmente su una ricerca umana oltre che artistica (e a proposito di trasversalità Chris Iemulo collabora per il teatro con la compagnia Eidos teatro).
Se esiste un certo modo di fare musica, sarà dunque perché esiste un'esigenza prima di tutto esistenziale, senza la pretesa di dire ne niente di nuovo, ne niente di strano, ma con la speranza di poter donare dignità all'arte, e con essa a tutto ciò che concerne un ideale artistico che si va forse dimenticando e che necessita oggi di maggior forza e motivazione.
di Luca Atzori
Quando si parla di generi musicali più complessi come il jazz, o la fusion, è facile andare incontro a un fenomeno tanto diffuso e naturalizzato, quanto irritante, che è quello della valorizzazione della sola performance . I commenti che seguono a certe jam session sono spesso rivolti alla velocità con cui il musicista muove la mano, o alla conoscenza delle scale, così tutto l'insieme di elementi tecnici contribuiscono a rendere l'aspetto artistico più carente, (addirittura irrilevante) gonfiando l'ignoranza degli ascoltatori.
Non bisogna trascurare poi, tutta la mole di musica destinata al mercato, che risulta ricoprire un ruolo di ornamento della propaganda, che nell'era della cosiddetta “riproducibilità tecnica” può essere ritenuto come valore imperante.
Esiste però un filone musicale che prende a carico il compito di andare oltre questi principi (assegnati da chissà quale subdola e ineffabile entità legiferante), ed è quello della musica anti idiomatica.
Un esempio a Torino è Chris Iemulo, nato a Siracusa nel 1978, laureato presso il DAMS di Bologna e attivo in campo musicale da quasi vent'anni (durante i quali ha studiato con personalità come Carlo Muratori, Phil Singer, Markus Stockhausen etc).
Si può dire che Chris Iemulo abbia iniziato a distanziarsi da una certa tradizione che concerne la musica occidentale, la quale si vede circoscritta entro certi schemi, chiusa nell'unica possibilità tonale e limitata a sole dodici note, facendo un salto indietro di trecento anni e cercando di ripercorrere quella strada iniziata da compositori come Schoenberg, Webern, Stockhausen, e che si dirigeva oltre le barriere del temperamento equabile.
Tanto la musica pop quanto quella più ricercata, difatti, rientrano sempre entro le categorie gestaltiche dell'insieme che deve risultare armonico e sequenziale.
Quando si viene a contatto con la musica di Chris Iemulo si può avere invece la prima impressione di non capirci nulla, seppure la musica anti-idiomatica, paradossalmente, si ponga un obiettivo contrario, ovvero quello di generare nuove variazioni che riescano a distogliere l'attenzione dalla tecnica, e che siano lungi dunque dal desiderio di provocare stupore in chi ascolta.
La musica anti-idiomatica è oltremodo (e anche qui paradossalmente) idiomatica, ma in senso negativo, perché raccoglie in sé tutti gli idiomi. La sua concezione della musica va oltre quella propriamente illuministica. Potrebbe essere accostata, per la sua estemporaneità, a quel movimento artistico d'avanguardia nato negli anni sessanta che portava il nome di Fluxus, perché non è in fondo altro che uno stream of consciousness, che però non cade mai nella tentazione di affondare ad ogni costo in una cultura del brutto (via semplicistica, e battuta da molti).
Chris Iemulo sta attualmente suonando con un Ensemble collettivo che si pone come fine quello di valorizzare una visione comunitaria dell'arte, dove anche l'individuo trovi il proprio spazio e al contempo, attraverso l'improvvisazione, riesca a sfruttare le potenzialità musicali degli strumenti nonché creative personali, cercando di concretizzare una musica fondata principalmente su una ricerca umana oltre che artistica (e a proposito di trasversalità Chris Iemulo collabora per il teatro con la compagnia Eidos teatro).
Se esiste un certo modo di fare musica, sarà dunque perché esiste un'esigenza prima di tutto esistenziale, senza la pretesa di dire ne niente di nuovo, ne niente di strano, ma con la speranza di poter donare dignità all'arte, e con essa a tutto ciò che concerne un ideale artistico che si va forse dimenticando e che necessita oggi di maggior forza e motivazione.
martedì 14 settembre 2010
PINGUINO
Orchestrina ambulante in scatola
di Luca Atzori
Nell'Estate del 2008 è ritornato alla luce un progetto che già dal 2001 si muoveva fra le strade sotterranee di una Torino fatta di cantautori, musicisti, artisti, uniti come da una insolita e sottile affinità elettiva.
Stefano Amen (già conosciuto come cantautore), con l'entrata di Alberto Moretti ha trasformato il suo progetto in un duo (trovando un equilibrio sia a livello compositivo che performativo).
Le sonorità a metà fra il rock and roll e la musica elettronica si possono riconoscere già nel promo solo del 2001 che si apre con un intro a un loro brano (Yellow) in cui si viene immediatamente catturati dalla semplicità della forma canzone, miscelata a sonorità proprie del nuovo millennio.
Sempre nello stesso disco diversi riadattamenti a canzoni di Syd Barrett (Opel, Late night, gigolo haunt, vegetable man).
Pinguino è un progetto che mira ad esulare dalle singole figure dei musicisti, ponendosi come una forma di evento musicale impersonale.
L' interesse è quello di comunicare un' intenzione prima artistica che d'immagine (cosa oggi sempre più rara).
Due individualità che riuscendo a fondersi e a comunicare il proprio gusto, piuttosto che limitarsi a porre attenzione verso se stessi, sono riuscite a creare un nuovo modo di intendere la musica popolare, rendendola il più attuale possibile.
Quella che qui ci accingiamo a definire come “musica popolare” non smetterà mai di esistere, ma continuerà a trasformarsi, cambiare lingua. Non potrà che indossare i panni dell'epoca di cui farà parte, e così continuerà ad essere, finché ci sarà vita.
Pinguino ne è un esempio.
Riporto qui sotto un' intervista che ho avuto modo di fare a Stefano e Alberto.
Che cos'è Pinguino?
Stefano: E' un progetto musicale che ambisce a rendere contemporaneo un certo modo di fare canzone utilizzando sonorità più moderne.
Potremmo definirlo come un connubio fra la musica rock e l'elettronica?
Alberto: io lo definirei come un sincretismo musicale. È un modo di vedere le cose che in realtà esiste da trenta, quarant'anni, basti ricordare i Suicide, i Soft Cell, o addirittura i Beatles
Stefano: Il nostro interesse è quello di sdoganare la musica cosiddetta colta e rendere possibile un sodalizio con la musica d'intrattenimento. Vorremmo fare musica che piaccia alle femmine.
Come è nata questa collaborazione?
Alberto: In maniera naturale, grazie a Simone Sandretti (che è un regista e performer torinese).
Stefano: Alberto ha visto un mio concerto, abbiamo chiacchierato un po', io già sapevo che faceva musica elettronica, così abbiamo mescolato le cose che avevo prodotto io con le sue ed è nato il duo Pinguino.
So che Pinguino utilizza diverse forme di espressione....
Alberto: Certamente, abbiamo intenzione di usare altre forme di diffusione, ad esempio Video. Inoltre usiamo sempre pochissimi strumenti. Cerchiamo di trasmettere, a livello concettuale, il senso della ripetizione. Come nei film dove avviene il montaggio. Le nostre canzoni sono film di canzoni. E' sempre preprodotta.
Stefano: La musica contemporanea trascura spesso l'aspetto vocale.
Alberto: Per noi l'importante è trasmettere, non c'è bisogno di troppi strumenti. Noi non abbiamo la batteria, ad esempio. All'estero cose del genere si vedono spesso.
Stefano: Infatti vorrei fare una puntualizzazione polemica rispetto al modo di vedere tipico italiano. Noi vorremmo uscire fuori dalle semplici categorie estetiche tecniche.
Alberto: la nostra è un' orchestrina ambulante in scatola.
Stefano: Ma vorrei precisare che questi sono ragionamenti che facciamo a posteriori. Noi siamo interessati solo a far ballare la gente, coinvolgendola a livello emotivo.
So che avete fatto un video...
Alberto: abbiamo autoprodotto un video, si. La canzone si chiama Yellow (www.youtube.com/watch?v=Aiihj2Ob9Sc) . In questo video abbiamo voluto riportare l'attenzione sul progetto, e non fare una sfilata di moda.
Perché avete scelto di cantare in inglese?
Alberto: innanzitutto perché è divertente. Abbiamo deciso di tirar fuori tutte le nostre influenze senza mediazioni intellettuali. Abbiamo sempre ascoltato e cantato musica inglese. Dopo il rock and roll la musica popolare non è cantata solo in dialetto, ma anche inglese.
Stefano: l' inglese ha sostituito il birignao di quando eravamo bambini quando si cantava a wanna sghen. usiamo i versi esattamente come li usavano i primitivi che subito dopo il ritmo di un colpo battuto ripetutamente (quindi un ritmo, quindi il ballo) si esprimevano a versi. Noi vogliamo fare musica popolare elettrica però. Vogliamo essere realisti. Abbiamo anche storie e concetti da raccontare .
Come vedete la vostra immagine di uomini da palco?
Stefano: Noi dissimuliamo noi stessi. Non siamo veritieri. Usiamo delle “maschere”. In questo siamo ispirati da Bowie. Non raccontiamo noi stessi direttamente. Non è centrale la nostra immagine.
Siete attivi da un punto di vista live? E come vi muovete?
Alberto: Al momento siamo autogestiti. Usiamo i social network per muoverci in Italia. Abbiam suonato in Nord Italia, Centro, Sardegna. L'elemento live per noi è preponderante.
Come vi ispirate?
Alberto: Andiamo ad osservare il tramonto dall'ultimo piano del parcheggio a livelli del centro commerciale di Grugliasco, mangiando olive in calce (ma anche alla calce).
State registrando?
Stefano: Stiamo per finire le registrazioni del nostro disco e valutiamo la possibilità di pubblicarlo.
Come si distinguono i vostri due modi di vedere le cose e come si sposano?
Stefano: io ho un'attitudine più autoriale, scrivo e do struttura.
Alberto: Io sono più vicino alla scrittura istantanea. La dicotomia favorisce il sodalizio. Stefano è lunare, sfuggente. Io sono diretto, solare e crudo. Non uguali ma interscambiabili.
Il nome Pinguino?
Abbiamo deciso di utilizzare un nome italiano. Volevamo essere ironici, e poi suonava bene.
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