giovedì 8 marzo 2012

ODRADEK





"Gli uni dicono che la parola Odradek derivi dallo slavo e cercano in questo modo di rintracciare la formazione della parola. Altri invece pensano che derivi dal tedesco, e sia soltanto influenzata dallo slavo. L'incertezza di questi due pareri però lascia forse concludere a ragione che nessuno dei due sia giusto, soprattutto che con nessuno dei due si riesca a trovare un significato della parola. Naturalmente nessuno si occuperebbe di simili studi, se non ci fosse davvero un essere che si chiama Odradek."

Il cruccio di un padre di famiglia, Franz Kafka

Questo era l'ìncipit del misterioso racconto di Franz Kafka, intitolato "il cruccio di un padre di famiglia". Esso si forma di una narrazione che si muove intorno alla descrizione di un oggetto, il quale a tratti sembra diventare un essere vivente, per poi mostrarsi addirittura come umano. Inizialmente Kafka lo paragona a un "rocchetto di spago piatto a forma di stella" fino ad arrivare, dopo disparate contraddizioni, a farcelo immaginare come mobile, perciò animato, e alfine addirittura giungere a rivelarci la sua capacità di parlare, per concludere iperbolicamente con la rivelazione che sia addirittura immortale.
Che motivo avrà avuto Kafka di scrivere un racconto a tal punto bizzarro, illogico e buffo?
Può esserci nascosta dietro un' intenzione filosofica, dove si voglia indagare l'ontologia di qualcosa che non può in alcun modo essere. Qualcosa che violi il principio di non contraddizione aristotelico.
Può essere, anche se credo che Kafka avesse l'intima intenzione di andare oltre questi più (seppur legittimi) argomenti prevedibili. Forse, sarebbe meglio pensare che il suo desiderio fosse quello di andare più nello specifico, all'interno di un particolare intrascurabile.
Per prima cosa, credo che Kafka alluda, con Odradek, vagamente a sé stesso. Infatti Odradek, come Kafka, non è né slavo né tedesco. Ride senza polmoni, e si sa che Kafka soffrisse problemi di natura polmonare. Viene descritto come taciturno, e un tratto caratteriale di Kafka era certo la timidezza estrema. Sembra quasi che Kafka descriva sé stesso agli occhi di un padre che sia disgustato dal proprio figlio. Come se quel padre che lui tanto odiava (e che pare corrispondesse il suo sentimento) non fosse, tutto sommato, che un padre interiore. Un padre che lui, figlio, si sarebbe trovato costretto a sopportare dentro di sé fino alla fine dei suoi giorni. Forse quell'Odradek è per questi una minaccia perché vede il suo unico desiderio di distruggerlo, farlo fuori, liberarsene. Teme che gli possa sopravvivere, come a far restare di sé unicamente la propria negazione.
Credo che questo pretesto intimista, già di per sé oscuro, sia destinato a un' interpretazione più strettamente letteraria. Credo che Odradek sia per Kafka la "impersonificazione spersonificata" della sua letteratura, pensata come un magma sottile e cartaceo che si muove senza direzione. Unica figlia di Kafka, come parte di lui che sopravviverà, e si muoverà come un'ombra impalpabile, fra le interpretazioni, le strumentalizzazioni, le impressioni dei lettori. Come un vagito il quale prenda vita e abdichi al desiderio primario di chi l'ha generato.
Come se tutto sommato potessimo pensare che Odradek non sia che il sunto di una simmetria fatale fra il padre e Kafka e il Kafka padre e il suo figlio, con la paradossale conformità fra i quattro, sempre impalpabili, sempre e inesorabilmente Odradek.

Luca Atzori

mercoledì 15 febbraio 2012

LOGOS E DELIRIO

Ogni condizione che non ammetta punti di appoggio, e che perciò escluda luogo, è quella definita come estatica, mistica, o anche infernale.
Il punto di appoggio qui inteso, si compone delle certezze, le memorie, i dogmi, i dati di pensiero che rendono possibile una collocazione all'interno dell'individualità (superficie bidimensionale). Un'azione riflessa che a partire da un dato di realtà, dona una casa al pensiero, colloca la coscienza all'interno di un determinato spazio e rende possibile una conseguente ermeneutica. In poche parole, l'esperienza della cultura, una eco che conclama la verità archiviata nelle tracce del linguaggio, l'arte e quant'altro. È un'esigenza necessaria e inevitabile, considerato che senza appoggio di alcuna sorta non potrebbe che restare un'eterna angoscia, solo desiderante, priva d'impatto, propriamente in quanto presa di coscienza di quella condizione degenerata che è la coscienza stessa (un punto d'arrivo ma senza un Padre. Abbiamo bisogno di un Padre).
L'uomo ha visto troppo, e perciò necessita di porre tregua al suo abbaglio con continue ammortizzazioni che lo rendano soggetto. È la morte la prima grande fine. Gli oggetti sono la conseguenza. Innumerevoli fini, costellazioni di enti, per loro natura menzogneri e distanti.
Per vivere abbiamo bisogno di viaggiare sempre a rasoterra, senza toccare il fondo, perché (chiosando Heidegger) è lì che la verità accade: nell'oblio.
Il logos di cui già parlava Eraclito, nucleo psicotico agli occhi di ogni possibile dissacratore curioso (nemico e amante dell'angoscia) è un serpente elettrico che incessantemente distrugge quel grande granito che è il nulla. E così si genera il tempo, accadono gli opposti e il nulla è il grande schermo.
Ma tutto ciò non può essere raccontato. Le orecchie accolgono gli avanzi, e danno agli altri gli avanzi degli avanzi. E tutto ciò che avanza è il passato.
Ecco che anche quello che ci accingiamo a spiegare, diventa una falsificazione, ci allontana dall'accadere di questa verità. Ogni cosa che le labbra dicano, per voce Sua, sono giuste. È la verità del delirio. Il logos parla attraverso il delirio, gli è sufficiente il dire. Ma ciò che sta dietro è incomunicabile, misterioso e indicibile. Esso è completo, non cerca frammenti. È intero nei frammenti (citando Lao Tze).
Amare la verità. Il pazzo è un grande filosofo, se s'innamora. Se sceglie di amare.
Se dovessimo mostrarne qualcosa, ci arrenderemmo al kitsch, quello che nella concezione che ne traeva Hermann Broch si genera nell'esigenza ansiosa del bello, di oggetto chiuso e perfetto che resti come avanzo, qualora l'Essere viva nel totale oblio, nel trionfo totale del senso (e luogo) comune, in riverbero d'eco, paradossalmente manifesto nella sua falsità.
Raccontare qualcosa agli altri è un'inezia, ma necessaria alle volte. Forse è necessario che qualcosa poco alla volta si sappia. Sarà falso, sempre, ma l'unica cosa che ci chieda questo Nessuno (dal fondo del suo silenzio, sempre detto ma mai ascoltato) è di liberarsi.
Un compito. E la fede è sempre cieca.

Luca Atzori

giovedì 26 gennaio 2012

MATTI DENTRO LE RIGHE

"Ci sono sempre falsi profeti. Ma nel caso della psichiatria è la profezia stessa ad essere falsa, nel suo impedire, con lo schema delle definizioni e classificazioni dei comportamenti e con la violenza con cui li reprime, la comprensione della sofferenza, delle sue origini, del suo rapporto con la realtà della vita e con la possibilità di espressione che l'uomo in essa trova o non trova." Franco Basaglia





Soggiornare dentro un “repartino” o vivere in una casa-appartamento etc sono esperienze e condizioni che possono apportare per ciascuno un significato diverso. Per alcuni rappresentano il crisma di un'esistenza fallita, per altri un alibi, per altri ancora una campana di vetro o un inferno e via elencando.
Per tutti hanno una funzione (dichiarata), ed è quella di riabilitare alla vita riconosciuta consensualmente come “normale”.
Consenso e norma, due concetti assai vaghi, che rendono altrettanto aleatoria una possibile risposta alla domanda: che cosa significa curare un malato mentale?
Qualora una persona si trovi a vivere una crisi psichica profonda, prima ancora di essere ricoverato, gli possono capitare migliaia di cose, accompagnate da due sentimenti ricorrenti: la paura e la vergogna.
Paura del mondo e di sé stessi, e di conseguenza vergogna.
Ogni qual volta si esca fuori dalle righe, ecco pronti gli occhi giudicatori, molto più sottili, attenti e invisibili di quanto ci si aspetti. Molto spesso sono gli occhi carnefici che nascondiamo dentro noi stessi..
Ci sono comportamenti che sfuggono all'interpretazione, alla comprensione e alle lenti sicure con le quali siamo normalmente abituati a leggere il mondo. Così quel determinato modo di essere va nascosto, rieducato, reinserito (e spesso il concetto di educazione coincide con il cancellamento).
Durante i giorni o soggiorni di reclusione, avviene innanzitutto uno svuotamento dell'identità. I farmaci assumono un ruolo primario. La vita individuale viene venduta all'istituzione, e così viene prosciugata, incasellata. Viene ad aggiungersi un terzo cognome. Mario Rossi schizofrenico, Francesco Vattelapesca bipolare e via dicendo.
La malattia è il primo passo verso un'oggettivazione. Tutto questo per rendere la situazione più comprensibile, o meglio controllabile..
Parlo della vita da malato, svolta fra i centri diurni, i c.s.m, le case appartamento, conchiusa in una logica coercitiva che stampa sulla fronte della Persona uno stigma di invalidità, molto spesso comodo sia al paziente che al mondo del lavoro. Ed ecco che una persona dotata di particolare sensibilità, acquisisce magicamente gli stessi privilegi di cui gode il disabile motorio o via dicendo.
Una subdola e insidiosa forma di biopolitica va a delineare le potenzialità corporee di queste persone. Nelle case appartamento, repartini o altri di questi luoghi non si può fare l'amore (gli educatori concedono ai pazienti di andare con le puttane, questo è il confine del sentimento) tutte le attività che vengono svolte dai pazienti sono spesso private del loro valore ed essi stessi privati del loro merito che viene scippato dall'istituzione, così che ogni attività ricreativa (artistica o quant'altro) si mostra come terapeutica, riabilitativa.
Così sulla pelle del soggetto iniziano a scriversi libri su libri che portano i volti del trauma. Tutto per non creare troppo disagio nelle signorine e signorotti del centro città, dalle tanto urbane abitudini.
Perché non è bene che i matti ricevano troppi stimoli, perché è bene che arrivi l'ora del risperdal, perché non è possibile per essi fare scelte sensate che gli permettano di vivere nel nostro beneamato paese democratico, non è bene che votino, che lavorino, che vivano in una casa normale. Tutto questo limite è imposto dal mondo del lavoro e dall'economia tanto sana, che nel caso in cui se ne deragliassero i contorni, ti concede l'assistenza e la pietà, e magari un po' di violenza, che non fa “mai male”. Che dire? Perché, direbbero alcuni dottori: siamo interessati a mettere “i matti dentro le righe, non sopra”.

Luca Atzori

giovedì 12 gennaio 2012

NOSTALGIA DEL TOTALMENTE ALTRO

C'è un saggio che ho letto e che mi sembra molto attuale, ed è di Max Horkheimer, si intitola “Nostalgia del totalmente altro” (1970).
È un saggio che riesce a trattare insieme una interpretazione del pensiero marxista (quindi comprendente la letteratura anche francofortese) e la teologia.
Horkheimer appare come un marxista fatalista. Sembra che la sua sia una presa di coscienza dell'ineluttabile e necessario mutamento storico, dal quale è possibile trarre stralci oracolari di preveggenza, in fondo esattamente come faceva Karl Marx, o come farebbe qualsiasi economista accorto.
La sua lungimiranza stava nel prevedere che la società dell'epoca sarebbe andata verso una crescente e progressiva razionalizzazione, fino a diventare completamente amministrata. Addirittura sarebbero spariti i grandi “capi”, le figure di potere, perché una volta insediato il potere e concluso il processo di amministrazione totale, tutto sarebbe venuto da sé.
L'era dell'accelerazione, della fretta. Un'era però al contempo “bipolare”. Bipolare nel senso psichiatrico del termine (allegoricamente-ma non troppo-parlando) perché alla fretta e al controllo si contrappone un nascosto bagaglio di patimento, di insoddisfazione, di inadeguatezza, di nostalgia, appunto, del totalmente altro.

Così Horkheimer propone un argomento strettamente teologico di derivazione quasi mistico-negativa.
Si sa che egli fosse di religione ebraica, e difatti affronta un'analisi molto interessante sul nome stesso di Dio, scritto con un apostrofo. L'ambito del teologico viene pensato qui, come quello che riempie la più totale negazione dell'identità costituita del potere totalitario (in questo caso capitalistico). Un'irrazionale ma non razionalizzato. Tutto l'impensabile, come ritorno all'esperienza indecifrabile e perciò stesso non amministrabile.
Sembra che Horkheimer pensi alla sfera teologica come rappresentante di quell'unica forma di resistenza. Quasi un'arma bellica.

« Teologia significa qui la coscienza che il mondo è fenomeno, che non è la verità assoluta, la quale solo è la realtà ultima. La teologia è - devo esprimermi con molta cautela - la speranza che, nonostante questa ingiustizia, che caratterizza il mondo, non possa avvenire che l'ingiustizia possa essere l'ultima parola » (Horkheimer – nostalgia del totalmente altro)

Sembra anche che (nonostante i due non fossero perfettamente in linea) ci sia una vicinanza con la famosa frase di Heidegger “solo un Dio può salvarci”.


« ma può produrre solo la speranza che ci sia un assoluto positivo. Di fronte al dolore del mondo, di fronte all'ingiustizia, è impossibile credere nel dogma dell'esistenza di un Dio onnipotente e sommamente buono. » (Horkheimer – nostalgia del totalmente altro)

È quella speranza che sorge dalla più totale disperazione. La speranza di una giustizia finale, che potrebbe essere parafrasata con la “speranza della fine”. Una speranza che forse deve rimanere tale, proprio perché pensata in vista di un assoluto non potrebbe che contraddire sé stessa. Credo personalmente che sia la speranza di ciò che già c'è, o anzi di ciò che va oltre l'essere, oltre il definito, oltre quell' hegeliano cammino verso il sapere assoluto.
Una semplice nostalgia, un semplice sentimento. Un sentimento da conservare, come arma estrema di lotta.
La negazione più assoluta e silente.

Luca Atzori

lunedì 2 gennaio 2012

BODY ART di Don deLillo


“Il tempo sembra passare. Il mondo accade, gli attimi si svolgono, e tu ti fermi a guardare un ragno attaccato alla ragnatela. C'è una luce nitida, un senso di cose delineate con precisione, strisce di lucentezza liquida sulla baia. In una giornata chiara e luminosa dopo un temporale, quando la più piccola delle foglie cadute è trafitta di consapevolezza, tu sai con maggiore sicurezza chi sei. Nel rumore del vento tra i pini, il mondo viene alla luce, in modo irreversibile, e il ragno resta attaccato alla regnatela agitata dal vento.”

Trovo che Body art di Don de lillo si presenti come uno dei casi più interessanti e coinvolgenti all'interno del panorama narrativo contemporaneo (o in questo caso anche cosiddetto post-moderno). Un romanzo breve quanto intenso. Scritto con uno stile a tratti poetico, a tratti minuzioso, dettagliato, cinematografico, spigoloso, visionario.
La storia (dalla trama molto semplice) tratta di un lutto vissuto dalla protagonista, Hartke, una bodyartista, in seguito al suicidio del suo compagno, il regista Rey Robles, con le naturali conseguenze post-abbandono, vissute fin nel profondo delle viscere, fino ad arrivare a interagire con un'allucinazione che si muove dentro casa sua: un uomo deforme che parla in un linguaggio a tratti incomprensibile, dall'aspetto e i contorni vagamente irreali. Lo soprannomina Mr Tuttle, come un suo insegnante di scienze del liceo.
È come se Mr tuttle, fosse l'impersonificazione del suo lutto stesso.


La cura e l'attenzione sul corpo che la protagonista ripone nella sua arte, credo che rappresentino una vera metafora (fisica) dell'anima. C'è, in quel che narra de Lillo, una forte coincidenza fra il corpo e l'anima. È come se dal momento in cui Robles muore, una parte dell'anima di Hartke venisse amputata. Una parte della sua anima che era Robles stesso. Quindi a lei tocca ora confrontarsi con la sua mancanza, il suo vuoto, come se in realtà quell'amputazione fosse paradossalmente un completamento (fuor di cinismo).
Questo vuoto prende la forma di un personaggio. Dice: “essere qui mi è capitato. Io sono con il momento. Lascerò il momento. Sedia. Tavolo, corridoio, parete, tutto per il momento...” momento che si mostra a mio parere come l'identificazione di quel luogo dell'anima e del corpo cui lui stesso appartiene (più che proviene). È come se lui appartenesse a un qualcosa che pulsa in Hartke. Quella parte priva di identità, che si muove nello spazio-tempo, senza un fine, un progetto. Forse la parte più sacra. Quella parte che Deleuze avrebbe fatto abitare all'interno dell' Aion, al di fuori del tempo Cronos. Come se una volta venuta a mancare la protesi amorosa rappresentata da Robles, ella si trovasse a confrontarsi con lo stato di cose del suo corpo, in quella zona specifica. Forse la zona del cuore, o la zona dello stomaco. La mancanza fa traspirare in lei la visione della sua stessa condizione nel luogo corporale e dell'anima (quindi coincidenti).
È come se quell'allucinazione fosse una materializzazione visiva (o chissà) della sua stessa malattia. Il suo lutto. La sua condizione di incompletezza. Forse proprio perché Harke cerca di liberarsi del suo corpo, come se il processo in lei fosse quello di rendere sempre più minima la materia di cui è fatta. Come se quella condizione che lei vive, fosse un po' la sua stessa morte irrisolta. Un tentativo di sopire e di mettere a tacere un desiderio, un attaccamento. Come se in fondo la stessa esistenza di Robles, fosse parte della sua vita stessa, e ora non gli toccasse che diventare sempre più uno.
Un romanzo che spiega la inesorabile realtà della solitudine. Un romanzo sul solipsismo. Su quanto forse il fallimento di un amore (per qualsiasi ragione) spezzi una sorta di miracolo, obblighi di conseguenza gli uomini ad amare sé stessi. Tornare ad essere il proprio completamento. Come se in fondo liberarsi dal proprio corpo, non significhi nient'altro che completarsi, come non poggiare più su alcunché.

Luca Atzori

sabato 24 dicembre 2011

IL PARADOSSO DI LEOPARDI

Sosteneva Francesco de Sanctis, che nella poesia di Leopardi riposasse un recondito e profondo vitalismo. Osservazione acuta, ma al contempo superficiale e inesatta se si vuole prestare occhio all'opera del poeta nell'insieme. Perché è vero che quella continua e ossessiva rappresentazione della morte crei per effetto contrario il riaccendimento della vita stessa, ma è anche vero che è proprio lo stesso dolore ad essere il centro di attenzione nel tormentoso paradosso Leopardiano. Il dolore come resto fossile della vita autentica.

In che cosa consiste più precisamente questo paradosso?

C'è nella poesia di Leopardi un attrazione spuria per la purezza più originaria. Una fascinazione di provenienza reazionaria e al contempo assetata di liberazione. Consapevole, quindi, della condanna cui poggiamo che porta il nome di Storia. Un perenne stato di distanziamento dalla felicità, ma visto da vicino nel suo accadere necessario.
Ed ecco che rievocato il senso di questo paradosso, comprendiamo come per Leopardi non possa esserci felicità nell'aspetto di vita vicino al sociale, all'allegro convivialismo, nella comunicazione rimembrante, la risata istantanea e condivisa. L'amore che Leopardi mostra verso la vita è totale, afferra tutta la sua sostanza come a presagire l'ultimo sospiro. Un amore che lo portò a ingobbirsi, nella ricerca di poter giungere a ciò che si è perso.
Anelare sospirante all'impossibile, come unico spirito nascosto.


“Il sentimento della nullità di tutte le cose, la insufficienza di tutti i piaceri a riempierci l’animo, e la tendenza nostra verso un infinito che non comprendiamo, forse proviene da una cagione semplicissima, e più materiale che spirituale. L’anima umana (e così tutti gli esseri viventi) desidera sempre essenzialmente, e mira unicamente, benchè sotto mille aspetti, al piacere, ossia alla felicità, che considerandola bene, è tutt’uno col piacere. Questo desiderio e questa tendenza non ha limiti, perch’è ingenita o congenita coll’esistenza, e perciò non può aver fine in questo o quel piacere che non può essere infinito, ma solamente termina colla vita. “ Zibaldone 1820


La consapevolezza della condizione umana nella peculiarità del suo esser rea d'aver inventato il piacere, la gioia, il dolore stesso. La natura diabolica della divisione. L'uscita fuori dal giardino dell'eden, dove non vi è piacere né dolore. L'amor fati come resa illusoriamente finale, perché sempre addossata come destino ineluttabile. Il dolore stesso è una condizione necessaria. Si presenta come aspetto della vita stessa. Come l'unico effettivo. Come se in Leopardi tutto il possibile fosse esistente, e per ciò stesso ci si debba confrontare appieno, fino a rimanere in quel “bruscolo” che è poco più di un nulla, che siamo noi, dove niente accade di distinto per ciascuno. Quella povera cosa che noi siamo, che è nell'effettiva condizione della sofferenza, e rende possibile la duplice natura come conditio della contemplazione.


“...Bella Morte, pietosa
Tu sola al mondo dei terreni affanni,
Se celebrata mai
Fosti da me, s'al tuo divino stato
L'onte del volgo ingrato
Ricompensar tentai,
Non tardar più, t'inchina
A disusati preghi,
Chiudi alla luce omai
Questi occhi tristi, o dell'età reina.
Me certo troverai, qual si sia l'ora
Che tu le penne al mio pregar dispieghi,
Erta la fronte, armato,
E renitente al fato,
La man che flagellando si colora
Nel mio sangue innocente
Non ricolmar di lode,
Non benedir, com'usa
Per antica viltà l'umana gente;
Ogni vana speranza onde consola
Se coi fanciulli il mondo,
Ogni conforto stolto
Gittar da me; null'altro in alcun tempo
Sperar, se non te sola;... “ amore e morte, i canti


È onnipresente l'ambiguità e il doppio, nella poetica leopardiana. Come quando egli confonde l'amore con la morte. Forse perché è la lotta contro l'indifferenza che solo nell' amore e la morte stesse si rende manifesta. L'indifferenza dell'ingiustificato. Di tutto ciò che non sorge come anelito espressivo di verità, se con questo termine intendiamo l'unità originaria nei confronti della quale siamo resi ciechi, e che declamiamo in preghiera silente dentro il cuore, come atto creatore ex nihilo, dove forse la speranza è quella di tendere non tanto alla creazione, ma più precisamente al ricongiungimento. E forse si nasconde proprio lì la chiave della coincidentia oppositorum fra amore e morte, laddove nell'unità indistinta, non esiste per definizione, alcuna distinzione.

Luca Atzori

venerdì 23 dicembre 2011

PERCHE' SONO IMPORTANTI I RITUALI?

Interpretare i sogni è possibile solo disponendo la posizione della realtà. È sempre durante la veglia che noi possiamo appropriarci dei sogni e quindi attribuire ai segni di cui sono composti, una traduzione di ogni intenzionalità recondita del nostro inconscio.
Durante il sogno ci sembra tutto vero, non possiamo pensare di stare sognando, perché quella è la nostra realtà.

Due sono i principi: distanza e relazione.

Il sogno è tale in rapporto alla realtà lo rende tale, nel distinguo con sé stessa. Essa è simile a un sogno ravvicinato che rimanda a un'altra dimensione ulteriore, quella che noi siamo soliti (secondo il linguaggio che utilizziamo al suo interno) definire come il sacro, il tremendo, ciò che “va oltre la nostra conoscenza”. La realtà è però carica di segni e di simboli, esattamente come il sogno. Il sogno ci parla ed è lì per comunicarci qualcosa. Ebbene anche la realtà.
Attenzione, di per sé sia il sogno che la realtà scaturiscono dal caos, quindi in sé non avrebbero significato, se non fosse per l'interpretazione in sé. Essa scaturisce sempre dalla soggettività, dall'attribuzione di significato, dalla lettura e la donazione di senso che vengono riferiti a un certo elemento o aspetto che sappiamo provenire si dal caos ma non per caso.
Dunque l'inconscio ci parla attraverso i sogni e qualcos'altro ci parla attraverso la realtà. La problematica che insorge a questo punto è quella che consegue alla presa d'atto che la realtà è si interpretabile in ogni suo aspetto, cioè rimandabile alla propria soggettività e traducibile , ma che se noi facessimo questo senza poggiare su alcuna determinazione cronologica e narrativa di inizio e fine, i segni ci travolgerebbero come uno tsunami che ci condurrebbe verso la follia.
È necessario perciò ricreare la stessa distanza che si crea con il sogno e che rende possibile l'interpretazione, con la realtà. Distanziarsi da essa e dare un inizio e una fine. Rendere la realtà qualcosa d'altro. Portarsi ad un'altra dimensione.
Alla radice è il rituale. Creare un rituale rende possibile una fuoriuscita dal piano del reale per riportarci verso la dimensione del sacro, tramite la quale possiamo leggere la realtà e interpretarne i segni. Ad essi diamo inizio e fine. Li rendiamo simili ai sogni. Costruiamo uno specchio e sopra di esso iniziamo a leggere.

“quando cerchi di conoscere le cose non trovi che lo specchio. Quando cerchi di conoscere lo specchio non trovi che le cose”. Friedrich Nietzsche

Uscire fuori dalla realtà significa compiere un sacrificio. Distruzione del significato delle cose. Eccedere l'utile e la ragione. Eccedere la progettualità. Con questo avviene che noi ci si dispropri dell'abbandono originario cui “apparteniamo” da e per sempre. Ogni attimo di realtà è un piccolo segmento posizionato all'interno dell'illimitato, così come il sogno lo è all'interno del reale.
I rituali sono sogni fabbricati che utilizziamo per portarci a una consapevolezza sovrana che guardi al messaggio che proviene dall'oltre.
Senza i rituali potremmo iniziare a credere nella realtà, e quindi di conseguenza, perdere il nostro senno.


Luca Atzori