L’introduzione alla lettura di Hegel, di Alexandre Kojève, è il testo attraverso il quale Bataille si avvicina al grande filosofo tedesco, una raccolta di lezioni incentrate principalmente sull'argomento dialettica servo/padrone. Il servo viene visto come “facitore di storia” dove il suo stesso lavoro rappresenta il momento del negativo. Il processo dialettico viene configurato come un passaggio che porta ad una liberazione, attraverso il lavoro. La Fenomenologia dello spirito può essere definita, infatti, come una “filosofia del lavoro”. Servo e padrone sono interdipendenti, perché il primo lavora per il secondo, mentre questi capitalizza il primo, al fine di perpetrare il senso del lavoro medesimo. Bataille propone una figura differente, ed è quella del sovrano.
Che cosa si intende per sovranità?
“La sovranità di cui io parlo, ha poco a che vedere con quella degli Stati, definita dal diritto internazionale. Parlo, in generale, di un aspetto opposto nella vita a quello servile o subordinato.” Bataille La sovranità
Il sovrano può essere definito come colui che non ha alcun bisogno di accumulare, che non dipende da nessuno. Colui che tende a proiettarsi nella perdita più totale, per risiedere nel non-senso. La sfera della sovranità prevede che ci si sia estromessi dalla paura della morte (condizione propria del servo, per dirla in termini hegeliani) e si sia giunti alla regione del divino.
Le sue “effusioni” sono quelle dell’angoscia, del riso, dell’erotismo, dello spreco. Bataille considera la sovranità come quella violenza che contraddistingue l’universo inteso come intimità pura, dove non vi sono distinzioni fra “la mia gamba sinistra e quella destra”. Il sovrano non può concepire la possibilità di avere qualcuno asservito, poiché egli è al di sopra di qualsiasi progetto.
Si giunge al di fuori del negativo estromettendolo dalla dialettica, non concedendogli il contrario del positivo e quindi uscendo fuori dal senso del lavoro, passando da una “economia ristretta” a una “economia generale”, nell’accezione che ne trae Jacques Derrida nel testo dal titolo omonimo (Dall’economia ristretta a un’economia generale. Un hegelismo senza riserve). È in quest’opera che Derrida parla di un “laceramento spasmodico del negativo”, come modo per giungere a un negativo senza riserve.
Il sovrano è colui che vive l’esperienza interiore come uno scavo profondo nel negativo in pura perdita, dove vediamo avvenire una “riduzione del senso”. Si resta sì nel negativo, senza però passare attraverso quella che Hegel chiama la Aufhebung. Si rinuncia (restando poggiati al riso) al traguardo di una qualsivoglia totalità.
Nella prima pagina della seconda parte de L’esperienza interiore, intitolata Il supplizio, si legge: “vivo di esperienza sensibile e non di spiegazione logica. Ho del divino un’esperienza così folle che si riderà di me se ne parlo”12.
Il supplizio è quella condizione (l’unica) in cui è possibile fare esperienza del divino, ed è quella in cui nulla è possibile. È il momento in cui è possibile “trasformare l’angoscia in delizia”; è lì che inizia quella che Bataille chiama la Chance.
La supplica è per Bataille condizione umana imprescindibile. Passando di possibile in possibile si arriva infine a eludere il senso dell’io. Inizia l’esperienza, che non sarà mai possibile raccontare. È a tale proposito che Bataille adopera la figura allegorica del labirinto. Egli parte dalla constatazione che alla base di ogni vita umana esista un “principio di insufficienza”: ciascuno ricerca l’essere, ma questo non lo si può incontrare da nessuna parte. Non è possibile pensare di poter racchiudere qualcosa, perché per Bataille l’unica cosa che possiamo trovare è l’insufficienza stessa. Dunque l’esperienza in sé viene vista come un esercizio filosofico vero e proprio, al quale non è possibile arrestarsi davanti a qualsivoglia tempio conoscitivo, ma piuttosto si presenta come una perenne fuga.
Se Bataille va considerato come una sorta di hegeliano e insieme al contempo un “anti-hegeliano”, bisogna tutt’al più non dimenticare quella che egli definiva come una comunione con Nietzsche, nel quale egli vede non un semplice ateo, demolitore della dottrina cristiana, ma più propriamente un sacrificatore. Il filosofo che esaltava il dionisiaco, viene preso come esempio per spiegare quell’idea di sacrificio secondo la quale si accede al sacro solo con l’uscita fuori dal piano del trascendente, per arrivare alla fusione con quella totalità originaria propria dell’indistinto.
Luca Atzori
domenica 6 novembre 2011
giovedì 27 ottobre 2011
PERVERSIONI LETTERARIE
LA POESIA E' UN SACRIFICIO
Scrivere una poesia, significa operare nel più stretto senso del termine, un sacrificio delle parole. Intendo che queste vengono estromesse dalla loro appartenenza al mondo reale delle cose, si affrancano dalla loro funzione servile, e vengono portate in una sfera di inutile e pura privazione, sovrana . Le parole, con la poesia vengono condotte “dal noto all’ignoto” . Si fa di esse delle vittime.
Nella poesia avviene un abuso delle parole, dove diventano possibili accostamenti che normalmente sarebbero impossibili e privi di utilità. Il cavallo può diventare un “cavallo di burro” e non assumere più quell’importanza determinata dall’utilità che esso ha per l’uomo. Il cavallo, qualora sia stato reso poetico, viene estromesso da un progetto, straripa da qualsiasi forma di determinazione. Con la poesia si opera un vero e proprio abbandono della progettualità, per questo il suo è un aspetto apertamente sacrificale. In essa non vi sono più tracce del piano proprio della morale e dell'etica. Non vi è alcun rinvio, perché in essa domina l’istante, la parola stessa assume un valore che è proprio , non rimanda ad alcun significato ulteriore, non serve a giungere a niente.
È attraverso il linguaggio che nella poesia si eccede il possibile.
“La paura, l’ironia, l’angoscia che provate in presenza del poeta che porta la poesia su tutta la propria persona, non ingannatevi, è pura felicità, felicità sottratta agli sguardi e alla sua propria natura” (Georges Bataille – Esperienza interiore)
Attraverso la poesia ci distanziamo dall’angoscia. Si strappa alle parole il loro potere, la loro funzione, e anche la malinconia diventa cantabile e “felice”. Ci si pone con essa al di fuori di ogni limitazione, preoccupazione.
Su che cosa dovrebbe fondarsi il progetto, infatti, se non su una certa ansia di realtà, un pensiero rivolto al futuro, alla prassi, alla realtà del mondo delle cose?
Il poeta, anche egli, tende alla totalità, e tenta di fuggire dal possibile. Per far questo sacrifica le parole. La poesia risulta così essere una forma di sacrificio.
La poesia non rispecchia perciò lo spazio delle cose effettivamente perdute, perché se così fosse si sarebbe ricondotti totalmente all’ignoto. Essa va piuttosto pensata come il ricettacolo delle rovine rimaste, e per ciò stesso, possedute. Nella poesia il desiderio continua a durare, anzi, si può dire che una certa “funzione” della poesia sia proprio quella di mantenerlo in vita.
ALBERTINE
Un personaggio estremamente poetico lo traiamo da la “Recherce” di Proust, Albertine : “grande Dea del tempo” . Ella si rendeva desiderabile, quanto più non fosse afferrabile. Sembra quasi che qui il desiderio con lei si spenga in conseguenza di un’oggettivazione. Mediante l’individuazione dell’oggetto, qualora questo non sia più una vaga e opaca ombra che si celi nell’ignoto, si ha il possesso, si spegne perciò quell’ aspirazione che contraddistingue l’amore. Esso cessa qualora venga posseduto l’oggetto che si ama. Eppure, ciò nonostante, il desiderio è mosso proprio dalla volontà di possedere. Diventa insostenibile qualora non sia esaudito. Così è solo tramite la memoria che possiamo afferrare l’istante in cui quell’oggetto è stato raggiunto, nel culmine del desiderio. Si opera quindi una distinzione fra l’intelligenza e la memoria. Alla prima appartiene il progetto alla seconda, invece, il tempo. Nella conoscenza, si ha un’uccisione dell’ignoto, proprio perché essa genera il raffreddamento di quella tensione che per mantenere viva è necessario collocare in uno spazio dove non possediamo chiarezza dell’oggetto cui aneliamo. Quell’oggetto ci è dato, lo abbiamo in nostro possesso, quindi dal momento che la felicità è stata raggiunta, quel che ci resta è l’oggetto, ma non più il desiderio della felicità stessa, che di per sé è andato perso. Forse perché appartenendo all’ignoto è per sua stessa natura inafferrabile. Forse perché non può essere collocato in alcun ambito della distinzione individuale. Non può darsi come noto. È fatalmente collocato oltre. E’ per questo che la memoria diventa la sede dove conservare un tratto di quella felicità, perché essa si fonda sulle impressioni, che sono per loro stessa essenza inafferrabili, si sottraggono alla presa, nonostante si diano in superficie, senza però rendere possibile il loro raggiungimento, in quanto esse non sono effettivamente “cose reali”.
La ricerca del tempo perduto è il testamento di Proust. Un’opera che tende al disgregamento, anela alla morte, passando attraverso il raccoglimento dei ricordi. “lasciamo che il nostro corpo si disgreghi”
La scrittura diventa la conseguenza della perdita, un atto di conservazione, dove restano solo le rovine, i pezzi di quel che nella realtà è diventato impossibile cogliere.
Luca Atzori
Scrivere una poesia, significa operare nel più stretto senso del termine, un sacrificio delle parole. Intendo che queste vengono estromesse dalla loro appartenenza al mondo reale delle cose, si affrancano dalla loro funzione servile, e vengono portate in una sfera di inutile e pura privazione, sovrana . Le parole, con la poesia vengono condotte “dal noto all’ignoto” . Si fa di esse delle vittime.
Nella poesia avviene un abuso delle parole, dove diventano possibili accostamenti che normalmente sarebbero impossibili e privi di utilità. Il cavallo può diventare un “cavallo di burro” e non assumere più quell’importanza determinata dall’utilità che esso ha per l’uomo. Il cavallo, qualora sia stato reso poetico, viene estromesso da un progetto, straripa da qualsiasi forma di determinazione. Con la poesia si opera un vero e proprio abbandono della progettualità, per questo il suo è un aspetto apertamente sacrificale. In essa non vi sono più tracce del piano proprio della morale e dell'etica. Non vi è alcun rinvio, perché in essa domina l’istante, la parola stessa assume un valore che è proprio , non rimanda ad alcun significato ulteriore, non serve a giungere a niente.
È attraverso il linguaggio che nella poesia si eccede il possibile.
“La paura, l’ironia, l’angoscia che provate in presenza del poeta che porta la poesia su tutta la propria persona, non ingannatevi, è pura felicità, felicità sottratta agli sguardi e alla sua propria natura” (Georges Bataille – Esperienza interiore)
Attraverso la poesia ci distanziamo dall’angoscia. Si strappa alle parole il loro potere, la loro funzione, e anche la malinconia diventa cantabile e “felice”. Ci si pone con essa al di fuori di ogni limitazione, preoccupazione.
Su che cosa dovrebbe fondarsi il progetto, infatti, se non su una certa ansia di realtà, un pensiero rivolto al futuro, alla prassi, alla realtà del mondo delle cose?
Il poeta, anche egli, tende alla totalità, e tenta di fuggire dal possibile. Per far questo sacrifica le parole. La poesia risulta così essere una forma di sacrificio.
La poesia non rispecchia perciò lo spazio delle cose effettivamente perdute, perché se così fosse si sarebbe ricondotti totalmente all’ignoto. Essa va piuttosto pensata come il ricettacolo delle rovine rimaste, e per ciò stesso, possedute. Nella poesia il desiderio continua a durare, anzi, si può dire che una certa “funzione” della poesia sia proprio quella di mantenerlo in vita.
ALBERTINE
Un personaggio estremamente poetico lo traiamo da la “Recherce” di Proust, Albertine : “grande Dea del tempo” . Ella si rendeva desiderabile, quanto più non fosse afferrabile. Sembra quasi che qui il desiderio con lei si spenga in conseguenza di un’oggettivazione. Mediante l’individuazione dell’oggetto, qualora questo non sia più una vaga e opaca ombra che si celi nell’ignoto, si ha il possesso, si spegne perciò quell’ aspirazione che contraddistingue l’amore. Esso cessa qualora venga posseduto l’oggetto che si ama. Eppure, ciò nonostante, il desiderio è mosso proprio dalla volontà di possedere. Diventa insostenibile qualora non sia esaudito. Così è solo tramite la memoria che possiamo afferrare l’istante in cui quell’oggetto è stato raggiunto, nel culmine del desiderio. Si opera quindi una distinzione fra l’intelligenza e la memoria. Alla prima appartiene il progetto alla seconda, invece, il tempo. Nella conoscenza, si ha un’uccisione dell’ignoto, proprio perché essa genera il raffreddamento di quella tensione che per mantenere viva è necessario collocare in uno spazio dove non possediamo chiarezza dell’oggetto cui aneliamo. Quell’oggetto ci è dato, lo abbiamo in nostro possesso, quindi dal momento che la felicità è stata raggiunta, quel che ci resta è l’oggetto, ma non più il desiderio della felicità stessa, che di per sé è andato perso. Forse perché appartenendo all’ignoto è per sua stessa natura inafferrabile. Forse perché non può essere collocato in alcun ambito della distinzione individuale. Non può darsi come noto. È fatalmente collocato oltre. E’ per questo che la memoria diventa la sede dove conservare un tratto di quella felicità, perché essa si fonda sulle impressioni, che sono per loro stessa essenza inafferrabili, si sottraggono alla presa, nonostante si diano in superficie, senza però rendere possibile il loro raggiungimento, in quanto esse non sono effettivamente “cose reali”.
La ricerca del tempo perduto è il testamento di Proust. Un’opera che tende al disgregamento, anela alla morte, passando attraverso il raccoglimento dei ricordi. “lasciamo che il nostro corpo si disgreghi”
La scrittura diventa la conseguenza della perdita, un atto di conservazione, dove restano solo le rovine, i pezzi di quel che nella realtà è diventato impossibile cogliere.
Luca Atzori
sabato 1 ottobre 2011
PARABOLA NUMERO 2: PERCHE' ASCOLTARE GLI ANZIANI.
Arrivò l'ora del pranzo e ci sedemmo tutti a tavola. Le serve iniziavano ad imbandire la tavola. L'odore era forte e la nostra fame invadente. Il Maestro fermò subitaneamente le nostre braccia già pronte ad afferrare le pietanze e disse: “non vi sazierete se non dopo aver ascoltato la mia parabola”.
Così iniziò a raccontarci la parabola del serpente, la scimmia e l'uomo.
“Un tempo c'era un uomo che si sentiva tremendamente stupido e immaturo. Egli aveva una casa di legno vicino alla giungla. Non riusciva a sopportare la propria stupidità, a tal punto che bestemmiava il proprio nome e si lamentava del fatto stesso di essere nato.
Decise di andare alla ricerca di qualcuno che potesse aiutarlo, un maestro. Uscì dunque di casa e si incamminò entrando in un tratto della giungla attraverso la quale per forza doveva passare per accedere al mondo civilizzato.
Camminò e incontro il serpente che gli domandò “che cosa vai cercando, stupido uomo?” e lui rispose “cerco un maestro”. Il serpente gli disse “l'hai trovato!”. L'uomo lo guardò e rise sguaiatamente. Gli domandò “e che cosa avresti da insegnarmi?” il serpente gli disse “avvicinati e te lo dirò. Io ho tutto da insegnarti”. Così, l'uomo, con superiorità gli si avvicinò e ascoltò le sue parole.
Ma dopo un po' si rese conto che di certo un serpente non poteva insegnargli un benemerito nulla. Così lo interruppe e se ne andò.
Camminò ancora e incontrò la scimmia che gli domandò “che cosa vai cercando, stupido uomo?” e lui rispose “cerco un maestro”. La scimmia gli disse “l'hai trovato!”. L'uomo la guardò e rise sguaiatamente. Le domandò “e che cosa avresti da insegnarmi?” la scimmia gli disse “avvicinati e te lo dirò. Io ho tutto da insegnarti”. Così, l'uomo, con superiorità gli si avvicinò e ascoltò le sue parole.
Ma dopo un po' si rese conto che di certo una scimmia non poteva insegnargli qualcosa. Così interruppe anche lei e se ne andò.
Superata la giungla, giunse finalmente al villaggio. Lì incontrò finalmente un maestro. Gli si inchinò davanti e disse “oh maestro, io sono giunto fino a qui per voi, per apprendere qualcosa”. Il maestro gli disse “che cosa posso insegnarti io?” e lui “oh maestro, tutto! Tutto!” il maestro lo guardò e gli disse “io non ho niente da insegnarti”.
Lui non capiva. Gli disse “ma come maestro, voi che sapete tutto! Mi han detto che voi siete l'uomo più saggio del pianeta!”. Il maestro gli disse “hai incontrato lungo il tuo cammino la scimmia e il serpente?”. E lui “si quegli stupidi animali che si spacciavano per maestri... quegli sciocchi”.
Il maestro gli si avvicinò e gli disse “ora torna da loro, e fatti insegnare tutto quel che hanno da insegnarti. Poiché è da loro che per primi devi imparare, non da me. Quando ti avranno insegnato tutto, torna pure qui e allora avrai imparato”.
Luca Atzori
Così iniziò a raccontarci la parabola del serpente, la scimmia e l'uomo.
“Un tempo c'era un uomo che si sentiva tremendamente stupido e immaturo. Egli aveva una casa di legno vicino alla giungla. Non riusciva a sopportare la propria stupidità, a tal punto che bestemmiava il proprio nome e si lamentava del fatto stesso di essere nato.
Decise di andare alla ricerca di qualcuno che potesse aiutarlo, un maestro. Uscì dunque di casa e si incamminò entrando in un tratto della giungla attraverso la quale per forza doveva passare per accedere al mondo civilizzato.
Camminò e incontro il serpente che gli domandò “che cosa vai cercando, stupido uomo?” e lui rispose “cerco un maestro”. Il serpente gli disse “l'hai trovato!”. L'uomo lo guardò e rise sguaiatamente. Gli domandò “e che cosa avresti da insegnarmi?” il serpente gli disse “avvicinati e te lo dirò. Io ho tutto da insegnarti”. Così, l'uomo, con superiorità gli si avvicinò e ascoltò le sue parole.
Ma dopo un po' si rese conto che di certo un serpente non poteva insegnargli un benemerito nulla. Così lo interruppe e se ne andò.
Camminò ancora e incontrò la scimmia che gli domandò “che cosa vai cercando, stupido uomo?” e lui rispose “cerco un maestro”. La scimmia gli disse “l'hai trovato!”. L'uomo la guardò e rise sguaiatamente. Le domandò “e che cosa avresti da insegnarmi?” la scimmia gli disse “avvicinati e te lo dirò. Io ho tutto da insegnarti”. Così, l'uomo, con superiorità gli si avvicinò e ascoltò le sue parole.
Ma dopo un po' si rese conto che di certo una scimmia non poteva insegnargli qualcosa. Così interruppe anche lei e se ne andò.
Superata la giungla, giunse finalmente al villaggio. Lì incontrò finalmente un maestro. Gli si inchinò davanti e disse “oh maestro, io sono giunto fino a qui per voi, per apprendere qualcosa”. Il maestro gli disse “che cosa posso insegnarti io?” e lui “oh maestro, tutto! Tutto!” il maestro lo guardò e gli disse “io non ho niente da insegnarti”.
Lui non capiva. Gli disse “ma come maestro, voi che sapete tutto! Mi han detto che voi siete l'uomo più saggio del pianeta!”. Il maestro gli disse “hai incontrato lungo il tuo cammino la scimmia e il serpente?”. E lui “si quegli stupidi animali che si spacciavano per maestri... quegli sciocchi”.
Il maestro gli si avvicinò e gli disse “ora torna da loro, e fatti insegnare tutto quel che hanno da insegnarti. Poiché è da loro che per primi devi imparare, non da me. Quando ti avranno insegnato tutto, torna pure qui e allora avrai imparato”.
Luca Atzori
martedì 27 settembre 2011
LE PRESE IN GIRO DELL'ESSERE
Ogni percorso si sia deciso di intraprendere, porterà, è ineluttabile, ad una meta sempre particolare. Qualsiasi fede spirituale (o anche non, come ad esempio la scienza e tutti i restanti esempi che si possan prendere) si pone una finalità da raggiungere, e chi la abbraccia si mette in una condizione per la quale solo gli elementi interni a quel credo medesimo, possono servire al fine stesso: di per sé sempre esclusivo.
I cristiani e i musulmani ricercano la salvezza e il paradiso mediante differenti percorsi, nonostante le due fedi siano ben distinte, e la stessa salvezza cui tende uno è differente da quella cui tende l'altro. Il buddhista tende ad annientare la sofferenza e porre fine al ciclo del samsara. Lo scienziato ricerca tramite teorie esperimenti e ricerche di conoscere l'universo. La filosofia tende alla verità.
Ciascuno di questi contesti, rappresenta un sistema che ha inizio e fine in sé stesso. Ognuno contestualizzato linguisticamente al proprio interno, contiene già in sé l'unico fine possibile, necessario a determinare la struttura interna a sé come elemento di sistema organizzato. La finalità è sempre decisa sin dall'inizio (o addirittura tramite esso). Ogni percorso presenta però la natura della problematicità. Senza questa non potrebbe darsi nessuna evoluzione, nessun passaggio possibile. Il sistema in sé è perfetto, visto nell'insieme, ma al suo interno, perché questo possa essere reso coerente, saranno stati individuati una serie di errori plausibili, che abbiano determinato la natura stessa della perfezione interna. Questo perché ogni sistema è la rappresentazione di una certa data situazione di realtà. Prendiamo ad esempio la Fenomenologia dello spirito di Hegel. Con il processo dialettico, presente soprattutto nelle due figure del servo e del padrone (il primo come facitore di storia tramite il lavoro e il secondo che capitalizza il primo al fine di un progetto determinato) si tende all'assoluto. Ma innanzitutto, questo assoluto che cos'è se non un'Identità assoluta, quindi di per sé esempio di un limite che determini il tutto visto necessariamente all'interno della parte. La realtà, di per sé coerente, descritta nella Fenomenologia dello spirito, racconta di uno specifico contesto che è quello della modernità e del lavoro. La Fenomenologia dello spirito potrebbe essere pensata come grande romanzo sul lavoro. Ma se ci estromettiamo da una dialettica e ci poniamo in un'ottica invece paradossale e ironica, vediamo come questo risulti essere un particolare in mezzo a tanti. Fenomenologia dello spirito come il Corano, come la Costituzione italiana etc.
L'unica cosa che resta da fare per un'indagine che prenda atto della condizione di compiutezza propria della ragione, è di smontare i giocattoli. Nel fondo di ogni cosa si troverà quel concetto che Heidegger indicava come il più ovvio e il più generale, ovvero l'Essere.
L'Essere è innanzitutto il primo postulato. Inizia e finisce in sé stesso.
Ad esempio quando io dico che la rosa è rossa, la mia frase avrà senso all'interno della categoria stessa dell'essere, perché al di fuori di quell'essere stesso la rosa non sarà assolutamente rossa. Al di fuori dell'essere non si darà niente che sia pensabile.
L'Essere è il responsabile del fondamento di ogni realtà, che sia essa materiale o spirituale.
Dovremmo immaginarci l'Essere, però, come un bullo che abbia deciso di prenderci in giro. Fare un gioco dove ogni contestualizzazione di verità conserva in sé delle regole che per determinare la realtà di quello stesso sistema, hanno bisogno di essere insieme seguite e violate ma sempre all'interno di sé stesse. Così si viene presi in giro. Si viene trasportati nel giro, dove vi è un limite di possibilità determinato. Il carnefice è in questo caso l'Essere. Esso è indistruttibile, imbattibile. Può essere affrontato solo con l'umile forma di rispetto che è l'ironia. Al limite dell'Essere diventare consapevoli che ciò che è, non è che un particolare in mezzo al resto, dove non sappiamo cosa d'altro possa esserci, semplicemente perché siamo ad ogni modo inclusi sempre (e paradossalmente) nell'Essere.
Lo stesso vale per questo mio discorso.
Che resta da fare?
Passare dall'angoscia al riso. Farsi una grande risata davanti alla verità della verità/falsità.
Oltre l'Essere non c'è che l'impensabile, che noi stessi possiamo dire esserci proprio all'interno della categoria dell'Essere stesso. Ma al di fuori... si, nient'altro.
Luca Atzori
I cristiani e i musulmani ricercano la salvezza e il paradiso mediante differenti percorsi, nonostante le due fedi siano ben distinte, e la stessa salvezza cui tende uno è differente da quella cui tende l'altro. Il buddhista tende ad annientare la sofferenza e porre fine al ciclo del samsara. Lo scienziato ricerca tramite teorie esperimenti e ricerche di conoscere l'universo. La filosofia tende alla verità.
Ciascuno di questi contesti, rappresenta un sistema che ha inizio e fine in sé stesso. Ognuno contestualizzato linguisticamente al proprio interno, contiene già in sé l'unico fine possibile, necessario a determinare la struttura interna a sé come elemento di sistema organizzato. La finalità è sempre decisa sin dall'inizio (o addirittura tramite esso). Ogni percorso presenta però la natura della problematicità. Senza questa non potrebbe darsi nessuna evoluzione, nessun passaggio possibile. Il sistema in sé è perfetto, visto nell'insieme, ma al suo interno, perché questo possa essere reso coerente, saranno stati individuati una serie di errori plausibili, che abbiano determinato la natura stessa della perfezione interna. Questo perché ogni sistema è la rappresentazione di una certa data situazione di realtà. Prendiamo ad esempio la Fenomenologia dello spirito di Hegel. Con il processo dialettico, presente soprattutto nelle due figure del servo e del padrone (il primo come facitore di storia tramite il lavoro e il secondo che capitalizza il primo al fine di un progetto determinato) si tende all'assoluto. Ma innanzitutto, questo assoluto che cos'è se non un'Identità assoluta, quindi di per sé esempio di un limite che determini il tutto visto necessariamente all'interno della parte. La realtà, di per sé coerente, descritta nella Fenomenologia dello spirito, racconta di uno specifico contesto che è quello della modernità e del lavoro. La Fenomenologia dello spirito potrebbe essere pensata come grande romanzo sul lavoro. Ma se ci estromettiamo da una dialettica e ci poniamo in un'ottica invece paradossale e ironica, vediamo come questo risulti essere un particolare in mezzo a tanti. Fenomenologia dello spirito come il Corano, come la Costituzione italiana etc.
L'unica cosa che resta da fare per un'indagine che prenda atto della condizione di compiutezza propria della ragione, è di smontare i giocattoli. Nel fondo di ogni cosa si troverà quel concetto che Heidegger indicava come il più ovvio e il più generale, ovvero l'Essere.
L'Essere è innanzitutto il primo postulato. Inizia e finisce in sé stesso.
Ad esempio quando io dico che la rosa è rossa, la mia frase avrà senso all'interno della categoria stessa dell'essere, perché al di fuori di quell'essere stesso la rosa non sarà assolutamente rossa. Al di fuori dell'essere non si darà niente che sia pensabile.
L'Essere è il responsabile del fondamento di ogni realtà, che sia essa materiale o spirituale.
Dovremmo immaginarci l'Essere, però, come un bullo che abbia deciso di prenderci in giro. Fare un gioco dove ogni contestualizzazione di verità conserva in sé delle regole che per determinare la realtà di quello stesso sistema, hanno bisogno di essere insieme seguite e violate ma sempre all'interno di sé stesse. Così si viene presi in giro. Si viene trasportati nel giro, dove vi è un limite di possibilità determinato. Il carnefice è in questo caso l'Essere. Esso è indistruttibile, imbattibile. Può essere affrontato solo con l'umile forma di rispetto che è l'ironia. Al limite dell'Essere diventare consapevoli che ciò che è, non è che un particolare in mezzo al resto, dove non sappiamo cosa d'altro possa esserci, semplicemente perché siamo ad ogni modo inclusi sempre (e paradossalmente) nell'Essere.
Lo stesso vale per questo mio discorso.
Che resta da fare?
Passare dall'angoscia al riso. Farsi una grande risata davanti alla verità della verità/falsità.
Oltre l'Essere non c'è che l'impensabile, che noi stessi possiamo dire esserci proprio all'interno della categoria dell'Essere stesso. Ma al di fuori... si, nient'altro.
Luca Atzori
martedì 16 agosto 2011
APOLOGIA DELLA SUPERFICIALITA'
Ogni volta che si tenti di approfondire la conoscenza di un qualcosa che ci ha dato dal principio una cattiva impressione, si andrà sempre verso il peggio, ci si troverà costretti a interfacciarsi con ciò che noi non saremo mai in grado di amare, e spesso se ne diventerà paradossalmente (e ridicolmente) succubi.
Per le persone di buon gusto, è difficile, ma è anche un dovere quello di imparare ad essere totalmente superficiali. L'impressione che noi abbiamo delle cose, ci porta sempre il nostro luogo di sensazione in rapporto a quella cosa specifica. Quell'impressione ci dice sempre la verità su quello che per noi la cosa può significare, e insieme ce ne illustra l'utilità potenziale. Si vuole spesso non voler risultare “snob” cadendo così nella trappola degli umili, tradendo la fiducia nei propri sensi.
I sensi (quando sono tali, e non semplici convinzioni o pregiudizi) non mentono mai, alla faccia di Cartesio e dei suoi sciocchi dubbi.
Il senso del disgusto è una virtù estetica. Qualora sia fine a sé stesso diventa un vizio. Il disgusto, non avviene per il piacere del disgusto in sé, ma verso le cose in relazione alla nostra soggettività, per ciò stesso con attenzione verso la sfera della nostra progettualità, e quindi, in poche parole, esso è servitore della nostra esistenza presa nell'insieme. Lo stesso dicasi per ogni forma di sincero apprezzamento che porti come tale benessere e piacevolezza.
È vero però che non ci si può semplicemente soffermare solo sulle apparenze e non si può restare in superficie. A un certo punto della vita ci si rende conto che è necessario “crescere”. Che cosa significa in fondo questa parola tanto impegnativa quanto dolorosa (seppure sia un vocabolo da sempre necessario)?
Significa semplicemente non farsi più imboccare. In ogni senso. Ciascuno dovrà cioè tendere alla superficialità, ma come punto di arrivo. Nel mentre, tutta la sfera di cose che avremo deciso che ci piacciono o non ci piacciono, quelle dovranno essere messe in discussione. Che cosa veramente ci piace? È possibile vivere fino in fondo ogni cosa, pur restando in superficie?
La risposta alla prima domanda è semplice: ci piace ciò che ci fa star bene.
La risposta alla seconda è che si tratta di un esercizio molto difficile che richiede la profondità più vuota e abissale.
Tutto ciò che bisogna arrivare a ottenere, è il silenzio del dubbio. Incontrare un qualsiasi oggetto, persona, evento, averne una cattiva impressione ma accontentarsi, non può che essere nocivo, oltre che completamente inutile. Tutto ciò nasce dal senso di colpa che ci induce la parola “superficialità”. Bisogna ripensare questa parola come la virtù dell'intuizione, propria solo di chi abbia capito fino a fondo il proprio gusto, e perciò se stesso. Dalle sensazioni parte l'esperienza dalla quale consegue la conoscenza. Tradire le sensazioni significa abbracciare l'ignoranza.
Tutto ciò che ci provocherà disgusto andrà evitato, o trattato con disprezzo. Tutto ciò che ci provocherà interesse andrà trattato con attenzione, e viceversa per ciò che non ci interesserà. Tutto ciò che ci farà innamorare andrà amato, e viceversa valga per l'odio.
Per arrivare a questo bisogna però non lasciarsi cullare da una nevrosi fatta di false convinzioni o chimere dai falsi riflessi, ma bisognerà essere arrivati a pieno contatto con il proprio centro.
Chi sa, non ha bisogno di pensare. Al sapiente basta sentire.
Essere superficiali significa avere imparato ad amare la macchina più adorabile che esista al mondo, che è quella che siamo noi stessi.
Luca Atzori
martedì 9 agosto 2011
DISGRAZIA E REDENZIONE
La disgrazia è l'apparenza della redenzione.
Noi siamo perennemente in guerra con la nostra redenzione.
La nostra redenzione non ha apparenza, per questo è ineffabile.
Noi possiamo abbandonarci, senza coscienza.
Tutto ciò che riguarda l'apparenza è una negazione della nostra disgrazia.
Non c'è traccia di disgrazia nella redenzione.
Era redenzione, quella disgrazia.
Ma era disgrazia, nell'apparenza.
Arrendersi alla redenzione.
Noi possiamo adagiarci nell'euforia, ma finché servirà a celare la disgrazia o donare sorrisi agli altri, sarà solo una truffa, un bluff, quella felicità, intendo.
Dopo il bluff tornerà la disgrazia, con gli interessi.
Bisogna arrendersi.
Perché arrendersi?
Perché condannati alla verità.
Ci siamo condannati da soli, perché abbiamo odiato il falso.
Il falso è il coperchio della redenzione, dapprima della disgrazia.
È la morte.
Amare la vita, è una disgrazia?
Tutto arriva prima o poi.
Raschiare le proprie possibilità fino a toccare l'impossibile.
Farsi muti.
Da lì un miracolo.
Si, è una disgrazia.
Ma è necessario.
È una maledizione il vero. Una maledizione inflitta dal falso.
(ogni tanto guardo le stelle stampate sul cielo nero, e divento certo che la geometria è un disegno fatto su un foglio di carta, bianco...)
Mi chiamo Luca Atzori, e ho sei anni.
mercoledì 13 luglio 2011
MAD PRIDE: L'ECLISSI DEL SE'
Mad Pride intende riporre la sua attenzione verso la pazzia, ma con una giusta precisazione da fare: essere pazzi non fa figo. Il concetto del “fare figo” è esattamente ciò che maggiormente contrasta con i propositi che sorreggono l'etica di Mad pride.
Innanzitutto bisogna subito porre una distinzione fra quella che viene intesa come la nostra personalità e quello che invece potremmo definire il nostro vero sé.
La personalità è spesso costretta ad essere qualcosa di più che una maschera. Essa diventa una menzogna.
Normalmente si è costretti a mentire su sé stessi, lanciando sorrisi, sguardi, parole, che sono di per sé segnali convenzionali lanciati come frecce e dispersi nella memoria che gli altri porteranno di noi stessi come una facciata vivente, il ricordo di un demone.
Facendo questo creiamo uno scudo per il nostro sé, dove la verità delle emozioni e dei nostri pensieri, viene dapprima occultata, poi dimenticata e fatta marcire.
Dobbiamo immaginare di essere osservati da un occhio che giudichi solo il vero, solo ciò che abbiamo compiuto con le nostre azioni. Quest'occhio ci guarda mostrandoci il nostro sé, che ci appare come un bambino, un vagabondo marcio e ubriaco, abbandonato a sé stesso, anzi nemmeno, abbandonato agli altri, come cani affamati.
Nel mentre però la nostra menzogna si porta avanti con grande gioia, con determinazione, anestetizzando il resto.
Una felicità di facciata. Una felicità informata. Niente di fattuale. Il vuoto felice, ma con il calcare ai bordi, un calcare che cresce fino a riempire.
Mad pride ritiene che la pazzia sia l'effetto di un totale denudamento del sé, oltre che una frammentazione dell'io. Il sé è messo a contatto con le cose messe in relazione alla propria esperienza, ed è come se potesse dire a sé stesso “ecco, questo sono io”. Molto spesso nella pazzia quello che ci vengono mostrati sono mostri, fantasmi, incubi, immagini insopportabili, ma vere, esattamente quanto è vera la nostra fragilità.
Mad pride sostiene che sia possibile uno sviluppo, rendere possibile la crescita del sé, farlo diventare adulto, senza che sia per ciò stesso costretto a cristallizzare idee che non gli appartengano, dunque, in sostanza, rendendo possibile il mutamento della materia stessa, come fosse un processo alchemico.
Mad pride ritiene che al giorno d'oggi questo processo sia ostacolato.
Per prima cosa bisognerà essere orgogliosi del proprio Sé, per quanto possa apparire agli occhi della società come ributtante o risibile. Da lì imparare a conviverci. Renderlo sovrano, creatore, datore della propria norma di vita.
Mad pride se ne fotte delle esigenze del mondo del lavoro, della morale, dell'educazione “borghese”, delle mille abitudini che ci fanno schiavi, da quelle legate al divertimento, alla carriera, alla narcotizzazione, all'abbigliamento, al sesso etcetera.
Mad pride vuole rendere dignità al denudamento totale del sé, e non per semplice filantropia, né per esigenze assistenziali, ma piuttosto perché da lì si ritiene possibile lo sviluppo dello spirito.
È vergognoso che la maggior parte della gente tenga nascosto qualcosa di sé che mostrerà spesso solo nell'intimità con gli altri, e in maniera immatura, perché è di energia, tutto sommato, che si parla, e nessuno ci insegna a gestirla.
I pazzi sono immaturi perché la paura blocca la crescita del loro sé.
È questo lo scandalo che vuole rivendicare Mad Pride.
Basta con l'emarginazione e la demonizzazione di chi è “diverso” per condizione emotiva e psichica. Basta con il bullismo della mediocrità. Basta con l'egoismo che rende vigliacchi e non orgogliosi. Basta con il voler essere a tutti i costi come quell'altro che sorride (a sua volta come un altro, che come un altro, che come un altro, che come un altro, che in fondo nemmeno esiste).
Ovvio, l'unico modo per rendere possibile questo è iniziare a protestare contro lo strapotere della psichiatria e della massa arrogante, e per far ciò, creare una comunità di intenti, incontrarsi e cambiare prospettive.
Luca Atzori
Innanzitutto bisogna subito porre una distinzione fra quella che viene intesa come la nostra personalità e quello che invece potremmo definire il nostro vero sé.
La personalità è spesso costretta ad essere qualcosa di più che una maschera. Essa diventa una menzogna.
Normalmente si è costretti a mentire su sé stessi, lanciando sorrisi, sguardi, parole, che sono di per sé segnali convenzionali lanciati come frecce e dispersi nella memoria che gli altri porteranno di noi stessi come una facciata vivente, il ricordo di un demone.
Facendo questo creiamo uno scudo per il nostro sé, dove la verità delle emozioni e dei nostri pensieri, viene dapprima occultata, poi dimenticata e fatta marcire.
Dobbiamo immaginare di essere osservati da un occhio che giudichi solo il vero, solo ciò che abbiamo compiuto con le nostre azioni. Quest'occhio ci guarda mostrandoci il nostro sé, che ci appare come un bambino, un vagabondo marcio e ubriaco, abbandonato a sé stesso, anzi nemmeno, abbandonato agli altri, come cani affamati.
Nel mentre però la nostra menzogna si porta avanti con grande gioia, con determinazione, anestetizzando il resto.
Una felicità di facciata. Una felicità informata. Niente di fattuale. Il vuoto felice, ma con il calcare ai bordi, un calcare che cresce fino a riempire.
Mad pride ritiene che la pazzia sia l'effetto di un totale denudamento del sé, oltre che una frammentazione dell'io. Il sé è messo a contatto con le cose messe in relazione alla propria esperienza, ed è come se potesse dire a sé stesso “ecco, questo sono io”. Molto spesso nella pazzia quello che ci vengono mostrati sono mostri, fantasmi, incubi, immagini insopportabili, ma vere, esattamente quanto è vera la nostra fragilità.
Mad pride sostiene che sia possibile uno sviluppo, rendere possibile la crescita del sé, farlo diventare adulto, senza che sia per ciò stesso costretto a cristallizzare idee che non gli appartengano, dunque, in sostanza, rendendo possibile il mutamento della materia stessa, come fosse un processo alchemico.
Mad pride ritiene che al giorno d'oggi questo processo sia ostacolato.
Per prima cosa bisognerà essere orgogliosi del proprio Sé, per quanto possa apparire agli occhi della società come ributtante o risibile. Da lì imparare a conviverci. Renderlo sovrano, creatore, datore della propria norma di vita.
Mad pride se ne fotte delle esigenze del mondo del lavoro, della morale, dell'educazione “borghese”, delle mille abitudini che ci fanno schiavi, da quelle legate al divertimento, alla carriera, alla narcotizzazione, all'abbigliamento, al sesso etcetera.
Mad pride vuole rendere dignità al denudamento totale del sé, e non per semplice filantropia, né per esigenze assistenziali, ma piuttosto perché da lì si ritiene possibile lo sviluppo dello spirito.
È vergognoso che la maggior parte della gente tenga nascosto qualcosa di sé che mostrerà spesso solo nell'intimità con gli altri, e in maniera immatura, perché è di energia, tutto sommato, che si parla, e nessuno ci insegna a gestirla.
I pazzi sono immaturi perché la paura blocca la crescita del loro sé.
È questo lo scandalo che vuole rivendicare Mad Pride.
Basta con l'emarginazione e la demonizzazione di chi è “diverso” per condizione emotiva e psichica. Basta con il bullismo della mediocrità. Basta con l'egoismo che rende vigliacchi e non orgogliosi. Basta con il voler essere a tutti i costi come quell'altro che sorride (a sua volta come un altro, che come un altro, che come un altro, che come un altro, che in fondo nemmeno esiste).
Ovvio, l'unico modo per rendere possibile questo è iniziare a protestare contro lo strapotere della psichiatria e della massa arrogante, e per far ciò, creare una comunità di intenti, incontrarsi e cambiare prospettive.
Luca Atzori
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