giovedì 14 ottobre 2010

MAD PRIDE

"Fabbricare fabbricare fabbricare
Preferisco il rumore del mare..."

Dino Campana



Mad pride è un'organizzazione che vuole rivendicare la libertà che ciascuno ha di portare con sé l'araldo del proprio disagio psichico, senza essere per questo emarginato, né sedato, né rinchiuso e via discorrendo.
Mad pride crede che attraverso la malattia psichica si renda manifesta l'effettiva condizione esistenziale propria dell'individuo che ne è affetto, e la sua relazione con il mondo intorno (di cui egli stesso è specchio).
Il delirio dello schizofrenico, la condizione del depresso, il disturbo bipolare etc sono forme di verità possibili le quali compaiono nella mente dell' essere umano, il quale gettato in una certa realtà dove imperano elementi non propriamente accordati con la sensibilità (che è principio di tutto), si ritrova a crearne una alternativa, portandosi verso il paradosso di una disperazione di difficile sopportazione.
Il rimedio che viene offerto loro è la psichiatria, una scienza nata dal nulla che classifica in maniera statistica ogni tipo di particolare sensibilità denominandola e racchiudendola in un insieme, e dunque fornendo la cura farmacologica che approssimativamente viene usata per questa o quell'altra forma di malessere.
Mad pride vuole l'abolizione dello psicofarmaco, una truffa vera e propria, che non serve assolutamente a risolvere alcun problema, ma aiuta semplicemente ad addormentarlo. Somministrare psicofarmaci è il modo migliore per ostacolare il percorso di una persona e mettere da parte ogni speranza di soluzione di problemi.
La normalità, non c'è bisogno di dirlo, impera dove non si generano troppi dubbi, e tutto è passibile di controllo.
Quello che Mad pride si prefigge di raggiungere, è non solo una dichiarazione dei diritti del pazzo, ma anche e soprattutto la conquista dell' orgoglio. Troppo spesso capita di essere costretti a doversi adeguare a una realtà che non è e mai sarà nostra, dovendo perciò mettere in atto un processo autolesionistico dove a tutto viene dato importanza, meno che alla vera responsabilità individuale.
Il pazzo non è irresponsabile per natura, egli lo è perché non gli viene offerta nemmeno la possibilità di una qualsivoglia responsabilità.

Non si fraintenda però, qui non si vuole certo fare un'apologia del malessere, ma piuttosto considerare questo non come parte di una condizione da considerarsi nella sua mera negatività, ma come una reazione a un mondo che diventa sempre più disumano, e che obbliga gli uomini a vivere in condizioni di cattività permanente.
Bisogna oltremodo considerare che a decidere chi sia il malato mentale è sempre una figura di potere, e il potere si sa, non ha bisogno di un danno effettivo per imprigionare o rinchiudere, gli basta decidere apriori di mutare la sua innocenza o sanità in colpevolezza o pazzia, così per avere il diritto di decidere sulla vita di una persona.
Basti ad essere considerato assurdo il fatto che ci siano persone (spesso elevatamente mediocri) che decidano sopra le sorti di altre.

Mad pride vuole che il pazzo possa diventare orgoglioso di essere tale, e che possa ricavare da sé la forza di trovare una felicità non indotta in maniera coatta, ma conquistata attraverso un percorso necessario che porti rispetto prima di tutto verso la sfera umana, alla stessa responsabilità dell' individuo.
Mad pride vuole inoltre iniziare una lotta contro il primato della produzione, che diventa il fine di ogni esistenza, e per ciò stesso ne è l'annullamento.
Mad pride crede che in ogni delirio ci sia una verità potenziale della coscienza, e che ogni forma di emarginazione sia l'origine del vero malessere.
Mad pride ha una missione principale: che nessuno più si vergogni né di essere pazzo né di rendere manifesto il proprio delirio, e che tutto ciò venga fatto con profondo orgoglio, e diventi anzi oggetto di serio interesse, poiché la follia da sempre è stata la porta d'entrata di ogni risveglio (concetto ingombrante in una civiltà assonnata e narcotizzata come quella in cui viviamo).
Mad pride crede che l'unico sentiero che porti alla felicità, sia la libertà (quella vera, e spesso scomoda, fino a diventare anche appena faticosa).

Luca Atzori

martedì 5 ottobre 2010

C. JEMULO

La musica anti-idiomatica


di Luca Atzori

Quando si parla di generi musicali più complessi come il jazz, o la fusion, è facile andare incontro a un fenomeno tanto diffuso e naturalizzato, quanto irritante, che è quello della valorizzazione della sola performance . I commenti che seguono a certe jam session sono spesso rivolti alla velocità con cui il musicista muove la mano, o alla conoscenza delle scale, così tutto l'insieme di elementi tecnici contribuiscono a rendere l'aspetto artistico più carente, (addirittura irrilevante) gonfiando l'ignoranza degli ascoltatori.
Non bisogna trascurare poi, tutta la mole di musica destinata al mercato, che risulta ricoprire un ruolo di ornamento della propaganda, che nell'era della cosiddetta “riproducibilità tecnica” può essere ritenuto come valore imperante.
Esiste però un filone musicale che prende a carico il compito di andare oltre questi principi (assegnati da chissà quale subdola e ineffabile entità legiferante), ed è quello della musica anti idiomatica.
Un esempio a Torino è Chris Iemulo, nato a Siracusa nel 1978, laureato presso il DAMS di Bologna e attivo in campo musicale da quasi vent'anni (durante i quali ha studiato con personalità come Carlo Muratori, Phil Singer, Markus Stockhausen etc).
Si può dire che Chris Iemulo abbia iniziato a distanziarsi da una certa tradizione che concerne la musica occidentale, la quale si vede circoscritta entro certi schemi, chiusa nell'unica possibilità tonale e limitata a sole dodici note, facendo un salto indietro di trecento anni e cercando di ripercorrere quella strada iniziata da compositori come Schoenberg, Webern, Stockhausen, e che si dirigeva oltre le barriere del temperamento equabile.
Tanto la musica pop quanto quella più ricercata, difatti, rientrano sempre entro le categorie gestaltiche dell'insieme che deve risultare armonico e sequenziale.
Quando si viene a contatto con la musica di Chris Iemulo si può avere invece la prima impressione di non capirci nulla, seppure la musica anti-idiomatica, paradossalmente, si ponga un obiettivo contrario, ovvero quello di generare nuove variazioni che riescano a distogliere l'attenzione dalla tecnica, e che siano lungi dunque dal desiderio di provocare stupore in chi ascolta.



La musica anti-idiomatica è oltremodo (e anche qui paradossalmente) idiomatica, ma in senso negativo, perché raccoglie in sé tutti gli idiomi. La sua concezione della musica va oltre quella propriamente illuministica. Potrebbe essere accostata, per la sua estemporaneità, a quel movimento artistico d'avanguardia nato negli anni sessanta che portava il nome di Fluxus, perché non è in fondo altro che uno stream of consciousness, che però non cade mai nella tentazione di affondare ad ogni costo in una cultura del brutto (via semplicistica, e battuta da molti).
Chris Iemulo sta attualmente suonando con un Ensemble collettivo che si pone come fine quello di valorizzare una visione comunitaria dell'arte, dove anche l'individuo trovi il proprio spazio e al contempo, attraverso l'improvvisazione, riesca a sfruttare le potenzialità musicali degli strumenti nonché creative personali, cercando di concretizzare una musica fondata principalmente su una ricerca umana oltre che artistica (e a proposito di trasversalità Chris Iemulo collabora per il teatro con la compagnia Eidos teatro).



Se esiste un certo modo di fare musica, sarà dunque perché esiste un'esigenza prima di tutto esistenziale, senza la pretesa di dire ne niente di nuovo, ne niente di strano, ma con la speranza di poter donare dignità all'arte, e con essa a tutto ciò che concerne un ideale artistico che si va forse dimenticando e che necessita oggi di maggior forza e motivazione.

martedì 14 settembre 2010

PINGUINO



Orchestrina ambulante in scatola


di Luca Atzori


Nell'Estate del 2008 è ritornato alla luce un progetto che già dal 2001 si muoveva fra le strade sotterranee di una Torino fatta di cantautori, musicisti, artisti, uniti come da una insolita e sottile affinità elettiva.
Stefano Amen (già conosciuto come cantautore), con l'entrata di Alberto Moretti ha trasformato il suo progetto in un duo (trovando un equilibrio sia a livello compositivo che performativo).
Le sonorità a metà fra il rock and roll e la musica elettronica si possono riconoscere già nel promo solo del 2001 che si apre con un intro a un loro brano (Yellow) in cui si viene immediatamente catturati dalla semplicità della forma canzone, miscelata a sonorità proprie del nuovo millennio.
Sempre nello stesso disco diversi riadattamenti a canzoni di Syd Barrett (Opel, Late night, gigolo haunt, vegetable man).
Pinguino è un progetto che mira ad esulare dalle singole figure dei musicisti, ponendosi come una forma di evento musicale impersonale.
L' interesse è quello di comunicare un' intenzione prima artistica che d'immagine (cosa oggi sempre più rara).
Due individualità che riuscendo a fondersi e a comunicare il proprio gusto, piuttosto che limitarsi a porre attenzione verso se stessi, sono riuscite a creare un nuovo modo di intendere la musica popolare, rendendola il più attuale possibile.

Quella che qui ci accingiamo a definire come “musica popolare” non smetterà mai di esistere, ma continuerà a trasformarsi, cambiare lingua. Non potrà che indossare i panni dell'epoca di cui farà parte, e così continuerà ad essere, finché ci sarà vita.
Pinguino ne è un esempio.

Riporto qui sotto un' intervista che ho avuto modo di fare a Stefano e Alberto.


Che cos'è Pinguino?

Stefano: E' un progetto musicale che ambisce a rendere contemporaneo un certo modo di fare canzone utilizzando sonorità più moderne.

Potremmo definirlo come un connubio fra la musica rock e l'elettronica?

Alberto: io lo definirei come un sincretismo musicale. È un modo di vedere le cose che in realtà esiste da trenta, quarant'anni, basti ricordare i Suicide, i Soft Cell, o addirittura i Beatles

Stefano: Il nostro interesse è quello di sdoganare la musica cosiddetta colta e rendere possibile un sodalizio con la musica d'intrattenimento. Vorremmo fare musica che piaccia alle femmine.

Come è nata questa collaborazione?

Alberto: In maniera naturale, grazie a Simone Sandretti (che è un regista e performer torinese).

Stefano: Alberto ha visto un mio concerto, abbiamo chiacchierato un po', io già sapevo che faceva musica elettronica, così abbiamo mescolato le cose che avevo prodotto io con le sue ed è nato il duo Pinguino.

So che Pinguino utilizza diverse forme di espressione....

Alberto: Certamente, abbiamo intenzione di usare altre forme di diffusione, ad esempio Video. Inoltre usiamo sempre pochissimi strumenti. Cerchiamo di trasmettere, a livello concettuale, il senso della ripetizione. Come nei film dove avviene il montaggio. Le nostre canzoni sono film di canzoni. E' sempre preprodotta.

Stefano: La musica contemporanea trascura spesso l'aspetto vocale.

Alberto: Per noi l'importante è trasmettere, non c'è bisogno di troppi strumenti. Noi non abbiamo la batteria, ad esempio. All'estero cose del genere si vedono spesso.

Stefano: Infatti vorrei fare una puntualizzazione polemica rispetto al modo di vedere tipico italiano. Noi vorremmo uscire fuori dalle semplici categorie estetiche tecniche.

Alberto: la nostra è un' orchestrina ambulante in scatola.

Stefano: Ma vorrei precisare che questi sono ragionamenti che facciamo a posteriori. Noi siamo interessati solo a far ballare la gente, coinvolgendola a livello emotivo.

So che avete fatto un video...

Alberto: abbiamo autoprodotto un video, si. La canzone si chiama Yellow (www.youtube.com/watch?v=Aiihj2Ob9Sc) . In questo video abbiamo voluto riportare l'attenzione sul progetto, e non fare una sfilata di moda.


Perché avete scelto di cantare in inglese?

Alberto: innanzitutto perché è divertente. Abbiamo deciso di tirar fuori tutte le nostre influenze senza mediazioni intellettuali. Abbiamo sempre ascoltato e cantato musica inglese. Dopo il rock and roll la musica popolare non è cantata solo in dialetto, ma anche inglese.

Stefano: l' inglese ha sostituito il birignao di quando eravamo bambini quando si cantava a wanna sghen. usiamo i versi esattamente come li usavano i primitivi che subito dopo il ritmo di un colpo battuto ripetutamente (quindi un ritmo, quindi il ballo) si esprimevano a versi. Noi vogliamo fare musica popolare elettrica però. Vogliamo essere realisti. Abbiamo anche storie e concetti da raccontare .

Come vedete la vostra immagine di uomini da palco?

Stefano: Noi dissimuliamo noi stessi. Non siamo veritieri. Usiamo delle “maschere”. In questo siamo ispirati da Bowie. Non raccontiamo noi stessi direttamente. Non è centrale la nostra immagine.

Siete attivi da un punto di vista live? E come vi muovete?

Alberto: Al momento siamo autogestiti. Usiamo i social network per muoverci in Italia. Abbiam suonato in Nord Italia, Centro, Sardegna. L'elemento live per noi è preponderante.

Come vi ispirate?

Alberto: Andiamo ad osservare il tramonto dall'ultimo piano del parcheggio a livelli del centro commerciale di Grugliasco, mangiando olive in calce (ma anche alla calce).

State registrando?

Stefano: Stiamo per finire le registrazioni del nostro disco e valutiamo la possibilità di pubblicarlo.

Come si distinguono i vostri due modi di vedere le cose e come si sposano?

Stefano: io ho un'attitudine più autoriale, scrivo e do struttura.

Alberto: Io sono più vicino alla scrittura istantanea. La dicotomia favorisce il sodalizio. Stefano è lunare, sfuggente. Io sono diretto, solare e crudo. Non uguali ma interscambiabili.

Il nome Pinguino?

Abbiamo deciso di utilizzare un nome italiano. Volevamo essere ironici, e poi suonava bene.

sabato 11 settembre 2010

LA COMUNITA' (DOVE?)

“Perché le parole che voi adoperate non sono più parole” Leo Ferrè

Quel che la mia sensibilità di ventiseienne (dal futuro un po' incerto, ma che in fondo non c'è poi interesse a render chiaro più di tanto)... quello che avverte incombere attorno a sé, è l' “estinzione” del concetto di comunità.

Di per sé la comunità è incoffessabile come avrebbe detto Blanchot, o inoperosa come avrebbe detto Nancy.
Celata dalla frana degli oggetti che sono il frutto della produzione stessa, o dall'identità marchiata, come ogni sentimento, ogni malattia, ogni desiderio, marchiatI.
Così, illusi, camminiamo insieme con lo sguardo rivolto verso il compimento del nostro successo, cercando di specchiarci in quel fabbricato, dichiarando al mondo “anch' io ho fatto qualcosa, anch' io produco!” mentre gli sguardi diventano persi, distratti (intendo quelli rivolti al cuore).

Il comunismo reale è l'esempio più lampante di che cosa significhi tradire la comunità.

La democrazia è un altro problema, il più grande intralcio attuale. Essa garantisce lo sviluppo dei grandi poteri economici mondiali (che non a caso hanno scelto questa forma di organizzazione politica), agendo come un sedativo nei confronti di ogni senso comunitario.

Ogni qualvolta gli uomini progettino in vista della costruzione di un sistema funzionante, tradiscono l'originaria necessità di essere insieme comunitariamente.
Un esempio è l'università, dove molti studenti ambiscono a diventare ricercatori, ignari che per diventare tali devono sottostare a regole che non fanno altro che rendere la cultura sempre più costretta al silenzio, perché imbrigliata in regole che sono quelle della produzione, dell'accumulo di beni, bisogni. La solita storia.

Il bisogno più urgente pare essere quello di crearsi un futuro, e così tutti a spintonarsi affinché uno arrivi prima dell'altro. E non importa se quel che si avrà da dire o fare sarà più o meno importante, sarà una machiavellica fortuna ad assegnare la vittoria, la garanzia di una vita meno contestabile.

Accidenti alla motivazione.

A soffocare la comunità è oltremodo il linguaggio. Capita spesso di incontrarsi e parlare, piangere, gridare, ridere insieme, ma questo avviene accidentalmente, e non reca con sé alcun potere. È un grido di disperazione concesso e qualsiasi dichiarazione condivisa e conosciuta, è una realtà che va a posarsi sulla comunità stessa come un telo sopra un morto.

Oggi sappiamo che la comunità è un concetto impossibile. Quando ci rivolgiamo ad essa, ci richiamiamo al piano dell' esperienza: indicibile, irrappresentabile.
Una comunità dove ciascuno sia reso invisibile (insieme alla comunità stessa, come oggetto paradossale di pensiero).

That's all folk's

Luca Atzori

sabato 28 agosto 2010

NEL NOME DI DIO RIPOSA IL SENSO DEL LINGUAGGIO

La filosofia teoretica, così per come viene ripensata da Carlo Sini, dovrebbe risultare per metà come una scienza rivolta all'universale, e per l'altra al particolare.
Secondo il filosofo bolognese, il problema della filosofia è che oggi essa “pensi troppo”. Quella che noi ancora ci accingiamo a definire come “amica della sapienza” dovrebbe evolversi in un' “etica del pensiero”.

Effettivamente dopo Heidegger non è più possibile pensare di accedere all' “universale” se non per mezzo del veicolo “particolare” che trova sede nel linguaggio.
Il concetto stesso di “universale” è di per sé particolare, diremmo anzi che tutto ciò che può ritenersi accessibile alla coscienza, ovvero tutto il piano eidetico, può essere pensato come oggettivo.

L'essere umano tende a trasformare tutto in un oggetto, anche ciò che è inoggettivabile, e questo è il suo Sommo Limite.
Anche il cibo viene cucinato e aromatizzato, e non divorato direttamente come fanno gli altri animali i quali occupano il piano dell' intimo, dell' immanente (come direbbe Bataille ne “La teoria della religione”).

Per etica del pensiero si intende perciò un nuovo modo di “abitare” il pensiero, partendo dal presupposto che si può accedere ad esso solo mediante il linguaggio.

Talvolta mi immagino una spada che trafigge il pianeta terra.

Tutto il senso abita nel linguaggio. È così che noi abbiamo controllo sugli utensili che rendolo potenziale il nostro stesso futuro, e così ogni nostro progettarci. Il linguaggio è una forma meglio sofisticata di oggettivazione, cioè è la creazione di un mondo “conoscibile” che fa da riflesso a quello “noumenico” , il quale non conosce separatezza, trascendenza, è uno specchio che mostra unicamente se stesso.

Quando si va incontro a “Dio” e di conseguenza verso tutto il piano di enti immaginari (angeli, unicorni, paperino, montagne dorate etc) si va incontro all' intera irrealtà del linguaggio, ovvero ci viene mostrato quanto siano effettivamente tutti gli enti ad essere immaginari. Questo è il senso della Metafisica.

Più che in un'etica del pensiero, io ritengo che la filosofia debba piuttosto evolversi (o meglio dire risolversi) nella Poesia.

Nel nome di Dio riposa il senso del linguaggio.

Luca Atzori

mercoledì 25 agosto 2010

UN POMERIGGIO DI AGOSTO

Ho trascorso il pomeriggio dell' oggi di quest' agosto corrente, standomene spaparanzato sul divano e guardare la TV.
Quando ho compiuto l'azione di premere “on” sul telecomando e immediatamente ho visto lo schermo accendersi (accompagnato da quel rumore che ricorda la nascita di mille minipopcorn), ho avuto modo (dopo qualche minuto) di provare una piacevole sensazione, ovvero quella di constatare che il mondo fuori è comunque (nel complesso) più idiota di me, e la cosa mi è parsa rassicurante.

Ho notato che si parla molto spesso di faccende che hanno a che fare con il malgoverno del paese. Viene spesso menzionato un individuo di bassa statura che pare abbia molti soldi e sia pure poco onesto. Pare che anche le figure che gli stanno attorno siano dei furbastri, e che pure loro si servano degli strumenti mediatici al fine di manipolare la gente. Una cosa buffa.

Sarà anche così, però la cosa che in me provoca maggiore stupore è constatare quanto chiunque (anche chi non è d'accordo con questa distopica forma di governo) in realtà sia mosso da una paura che io credo rappresenti il vero ingrediente letale in tutto il calderone: si tratta della paura di veder scomparire la democrazia.

Il fatto che continui ad esserci un governo così discusso e su cui si continuino a scrivere sopra un sacco di fumetti e telenovele (anzi sarebbe meglio dire il fatto che esista ancora questo fumetto e telenovela che è il nostro governo) è dovuto al fatto che si permetta che tutto ciò avvenga, e a tale proposito dobbiamo dire grazie a quella tanto difesa parolina che suona come“Democrazia”.

Perché chi ci governa è come se ricattasse il popolo dicendogli “ringraziate di vivere in un paese democratico” e dicendo questo può anche permettersi di eliminare ogni traccia di democrazia, senza che nessuno se ne accorga.

Ma è proprio all'interno di essa che si rende possibile ogni forma di alternanza. E' come se fossero garantite le bancarelle sopra cui esercitare il mercato.

Certo, se scomparisse formalmente la democrazia sarebbe tutto più difficile. Si tornerebbe a fare i conti con quelle cose come la guerra, che fanno perdere tanto tempo a chi voglia godersi la vita.
Il problema è che nell'attuale forma “democratica” di esistenza garantita, non ci si può permettere nemmeno di soffrire, perché la vita è sempre più simile ad un fumetto, ad una telenovela, molto spesso meno interessante... meglio sarebbe defnirla come una vita “dedicata alla visione di telenovele e cartoni animati”.

E invece no, tutti lì a difendere la democrazia, tutti li a perder tempo.

Di certo però non avevo alcuna alternativa da immaginare, considerando che di tutta questa palandrana in fondo non me ne fregava poi così tanto.

Così mentre facevo queste riflessioni, ho pensato al mio “terzo discorso sull'antiumanesimo” sul ruolo dell'intellettuale che deve limitarsi ai libri, e non deve stare lì a pensare a come migliorare il mondo, e ho deciso di tornare sul letto e leggermi “viaggio al termine della notte” di Celine, un romanzo su cui non avrei niente da scrivere (se non qualche sottolineatura alle frasi che ritengo più significative).

Luca Atzori

mercoledì 11 agosto 2010

TERZO DISCORSO DELL'ANTIUMANESIMO: L'INTELLETTUALE

E' vero che usare la parola “intellettuale” è di per sé scorretto, e intellettualmente disonesto.
L' origine dell'uso di questo termine, va riscontrata nell'illuminismo, quando si pensava che fosse plausibile l'esistenza di un personaggio che avesse come mestiere quello di occuparsi di problemi sociali, politici, e che nel mentre si mettesse a scrivere romanzi o trattati.

Inventare storie di fantasia, o elaborare grandi edifici filosofici, come occuparsi di criticare le opere, o distruggere e far precipitare quelle stesse costruzioni filosofiche di cui sopra, non ha niente a che vedere con l'interessarsi di problemi che abbiano natura sociale.
L'"intellettuale vero", non solo non ha questo compito, ma semmai sa bene che non ne esiste nemmeno l'ombra di un' esigenza, da nessuna parte.
Occuparsi di politica e altre varie faccende, approcciandovisi come se fossero composte di fatti dotati di una certa realtà, è di per sé una follia. Quello che viene definito “intellettuale”, sa benissimo che quando si affrontano certi temi che abbiano in sé contenuto che si voglia dire utile, sta parlando di cose assolutamente false, narrazioni belle e buone, che a differenza della letteratura, della filosofia (quella più seria), e dell'arte in genere, crede arrogantemente di possedere una realtà concreta di base.

E' certo che invece è molto più corretto occuparsi di lettere, perché sin da principio si sa che non saranno mai nient'altro che parole, e che quindi solo attraverso l'analisi di quello strumento e della sua insita falsità si potrà sopraggiungere a un giudizio lucido (forse anche sul “mondo”, che poi bisogna capire bene ancora che cosa sia).

È come se l' “intellettuale” solo perché “conosce la grammatica” si possa occupare di alcune faccende che non sono in realtà competenza di nessuno (se non dei matti).
Questo avviene non a caso! già, perché sono gli uomini di lettere e di pensiero i maggiori esperti nelle arti della narrazione e dell'argomentazione, quindi gli unici a poter donare una vocina che sia degna di quella pretesa “serietà” richiesta in certi campi. E ma si occupano di fesserie. Come se da un giorno all'altro facessimo credere a un'intera nazione di vivere dentro il “Grande Gatsby” o i “Promessi sposi”.

La realtà in cui viviamo è evidentemente una realtà fittizia, una storia (per non parlare della Storia stessa).

Le persone invece di affidarsi a un governo, dovrebbero imparare a gestire la propria vita senza l'aiuto di nessuno (ma questo è un altro discorso).

Come è triste vedere che esistono ancora categorie di persone che dopo aver pubblicato i loro romanzi o i loro scritti filosofici vanno in parlamento a contribuire alla produzione di quell'accozzaglia di stupidaggini che gli italiani si bevono come fossero l'elisir di lunga vita.

Per non parlare di quegli “intellettuali” che scrivono articoli di cronaca nei quotidiani...
Il problema è che se tale categoria vuole sopravvivere, è LETTERALMENTE costretta a prestare servizio allo Stato aiutandolo nell'ornamento di tutte le stronzate che ne tappezzano le pareti.
Stesso discorso vale per gli artisti che di mestiere fanno i restauratori, cioè gli operai.

Certamente per quanto riguarda gli “intellettuali” è però una situazione ancora peggiore, e altamente preoccupante, in quanto si è costretti a credere di credere a una serie smodata di storie (per altro banali) che non hanno ragione d'essere, e che contribuiscono ad abbassare la qualità della vita.

Una follia, insomma.

L'intellettuale si preoccupi delle faccende concernenti la carta, che coloro che credono al mondo vero bastano a segnare la fila dei commentatori/marionette, da sempre fonte di ispirazione per tante nuove storie bellissime da narrare.

Luca Atzori